Anche i commercianti piangono


Di  Antonella Soddu

Una delle più grandi forze dell’imprenditoria  italiana, sopratutto  della piccola  e media impresa   è  ravvisabile  nell’azione di tramando  di  generazione in generazione. Iniziavano i padri  e portavano avanti i figli. Le  grandi aziende quotate in borsa   hanno queste fondamenta. Ma sono, fatemelo dire, le piccole  il motore  di avviamento più concreto della nostra economia, anche se oggi purtroppo sono quelle che stanno risentendo maggiormente la crisi, sopratutto  quelle a conduzione famigliari  cresciute  di generazione in generazione. – Sono stanco e se domani penso alle scadenze  la mia stanchezza aumenta, mi assale un senso di impotenza e rabbia, vedo  sfumare inesorabilmente il  mio lavoro  che è stato quello  che mi ha lasciato in eredità mio padre .-   è solo uno dei tanti gridi d’allarme. La  burocrazia  è le  tasse, troppe e penalizzanti, sono il  veleno che sta lentamente  inesorabilmente mettendo  in ginocchio la nostra economia

Troppe le tasse, poche le vendite, calo di produzione e conseguente   necessario ricorso alla riduzione di personale. Pensiamo  a cosa e come possa affrontare  la crisi un piccolo commerciante. Prendiamo a caso  un commerciante del settore ricambi auto. Per esempio  se  c’è un calo di vendita  delle auto si genera in automatico  anche un calo di vendita  dei prodotti primari  necessari al funzionamento  di un auto, quindi a risentirne è il piccolo commerciante, per esempio, che offre servizi quali pneumatici per autovettura, e servizi  di bassa meccanica  quali  ammortizzatori dischi freno  aria condizionata e batterie.  Per esempio, sentendo un piccolo commerciante del settore  in merito alla questione calo vendite, la sua risposta  è stata – “dal 2006 ad oggi ho potuto registrare un calo  del 48%”  – dato allarmante, a conti  fatti la crisi  è iniziata  silente, si  è introdotta  piano, piano   come un cancro  che si divora  giorno dopo  giorno  tutte le cellule sane.  Nel corso degli anni   la sola cosa che si  è concretizzata  è la crisi economica e sembra  oramai anche inutile  continuare a dirlo, una crisi   voluta dalle banche è accettata di buon grado dai vari governi che ci sta conducendo ad un punto di non ritorno, si lavora per le tasse   corrispondono a circa un 53%  . Non si può andare avanti in questo modo, sarebbe davvero utile sedersi ad un tavolo  e ragionare su alcune proposte e una tra le tante potrebbe esser quella di poter aver dei prestiti alle imprese con tassi al 2% e una riduzione delle tasse  al  20% . Un esempio pratico   – la banca concede un mutuo per rientrare dal  fido al 2%,   contribuiti  dimezzati  per i dipendenti che vengono  a loro resi in  busta paga, acquisti  di macchinari con il 45% a fondo perduto per consentire anche l’ammodernamento  dei servizi  e la messa in sicurezza  sul lavoro. – Queste alcune proposte. Utopia direbbe qualcuno, ma, intanto  i  parafrasando il titolo di una celebre telenovela sud americana – I commercianti piangono – le banche non sono in sofferenza sono state e continuano ad esser risanate attraverso i prelievi  in tasse  imposti ai cittadini . Tutto  con il benestare di una banca centrale europea  che non guarda  agli interessi dei cittadini ma ai propri di natura macro economica.

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Caso-Fondazione BANCO DI SARDEGNA, il silenzio degli oligarchi


La questione delle nomine dei vertici della Fondazione del Banco di Sardegna e dello stesso Banco di Sardegna sta progressivamente uscendo dalle pagine dei giornali e, di conseguenza, dal dibattito pubblico. Nulla di nuovo: è il destino di quasi tutti gli argomenti che creano imbarazzo nel mondo politico perché non si prestano al bla bla rassicurante e inconcludente ma richiedono risposte chiare e scelte precise.

La tecnica è sperimentata. Si fonda sulla conoscenza precisa della dinamica delle notizie. Che, nel sistema dell’informazione italiano (e in modo più accentuato in quello sardo) ha lo stesso sviluppo del ‘tracciante’, la speciale munizione che si utilizza per rischiarare il campo di battaglia durante la notte.

Dopo il lancio, il tracciante illumina progressivamente il terreno sottostante e produce il massimo di visibilità quando raggiunge la parte più alta, la chiave, dell’arco. E’ in questo momento che i soldati si gettano a terra, o restano immobili dietro le trincee. Trattenendo il respiro. Poi comincia la parabola discendente e la luce progressivamente diminuisce fino a scomparire.

Siamo alla parabola discendente. I soldati attendono che il tracciante concluda il suo volo e si spenga definitivamente nell’impatto col suolo. Solo allora potranno cominciare a muoversi. Con tranquillità. Perché sanno che non si usa lanciare un altro tracciante. E’ una regola non scritta, ma rispettata rigorosamente. Al punto tale che i rari casi in cui qualcuno lancia un secondo o un terzo tracciante, o addirittura continua a lanciarli uno dopo l’altro, sono così rari da fare a loro volta notizia. Come, per esempio, le famose domande di Repubblica a Silvio Berlusconi.

Ma, nelle routine dell’informazione politica, il secondo o addirittura il terzo lancio non sono previsti. E chi osa effettuarli è visto con sospetto. Il suo obiettivo non appare più solo quello di illuminare il campo di battaglia. Dev’esserci dell’altro, forse qualcosa di ‘personale’. L’insistere nel chiedere spiegazioni diventa “accanimento”. E non ha rilievo il fatto che tutto sia rimasto esattamente com’era prima del lancio del primo insufficiente tracciante. Che la verità, cioè, sia ancora lontanissima. Perché il ruolo dell’informazione – in questa idea sostanzialmente antidemocratica e oligarchica – non è controllare il potere ma legittimarlo esercitando in modo formale e rituale la sua funzione. Così si pone ritualmente una domanda e i suoi destinatari possono ritualmente non rispondere. Tanto la domanda non verrà riproposta. Perché in questo campo la reticenza non è uguale alla falsa testimonianza. Il silenzio viene spacciato per ‘riserbo’. Le decisioni degli oligarchi (che altri chiamano, nel loro insieme, la Casta) vengono equiparate agli interna corporis del Parlamento: sono ritenute insindacabili.

Nel caso del Banco di Sardegna il lancio del primo (e unico) tracciante è stata la diffusione della notizia della possibile nomina alla guida della fondazione di un politico di lungo corso del Partito democratico, l’ex senatore Antonello Cabras. E il momento della massima luminosità è stato quando due autorevoli uomini politici fuori dai giochi, Arturo Parisi e Mario Segni, hanno posto pubblicamente una serie di domande.

Una, in particolare, sul perché nell’ottobre scorso la Fondazione abbia stipulato col Banco un patto parasociale giudicato da Parisi e Segni molto svantaggioso. Sì, in quel momento la luce del tracciante è diventata incandescente. Perché è stato avanzato in modo esplicito il dubbio che possa esistere una relazione tra quel patto svantaggioso per la Fondazione (ma vantaggioso per la Banca popolare dell’Emilia Romagna) e il passaggio dell’attuale presidente della Fondazione, un altro politico di area pd, Antonello Arru, alla presidenza del Banco. Un incarico per il quale è indispensabile il consenso della Banca popolare dell’Emilia Romagna.

Abbiamo già avuto modo di rilevare la gravità del sospetto avanzato da Parisi e da Segni. Qualcosa che va ben oltre il tema della commistione tra politici e banchieri, tra partiti e banche, che pure è l’altro fondamentale aspetto di questa vicenda. E abbiamo già sottolineato che è indispensabile un chiarimento, una spiegazione. Dai diretti interessati, non solo dal segretario regionale del Pd.La risposta non è arrivata. Non quando il tracciante era all’acme, figuriamoci dopo, figuriamoci ora. I protagonisti tacciono, in attesa del ritorno del  buio.  Contemporaneamente giungono notizie di trattative in corso per le altre nomine negli organismi societari della Fondazione. Come se si desse tanto per scontato che, alla fine, le nomine principali saranno fatte. E che la prevedibile reazione indignata di quanto vi si sono opposti, sarà debole e solo formale. Rituale anch’essa. Un fastidio che val la pena di sopportare per andare a occupare per anni due dei posti più ambiti del sistema di potere isolano.

E’ la dinamica che, ripetuta in modo sistematico, ha determinato il distacco dalla politica di milioni di cittadini. Non ha alcun senso fare politica se non si ha alcuna possibilità di incidere sulle sue scelte. Perché i loro autori non si sentono in dovere di spiegarle. Vanno avanti come se niente fosse. Come se l’opinione pubblica fosse una massa informe e distratta, del tutto priva di memoria, che si accontenta di ululare per una notte. Poi si addormenta.

Tutto questo per dire che noi continueremo a lanciare i traccianti. Anche a costo di apparire petulanti e noiosi. Anche nella consapevolezza che questa insistenza sarà avvertita non come l’esercizio di un dovere degli organi di informazione – ripetere le domande finché non arrivano le risposte – ma come una forma di “accanimento” ispirata da chissà quale obiettivo politico. L’eventualità che l’unico obiettivo di un organo di informazione sia la trasparenza delle scelte non è concepita. Perché si dà per scontato che esista una sfera di argomenti e di decisioni che non sono alla portata dei cittadini e della loro capacità di discernimento.

La questione è però molto semplice. In assenza di una spiegazione, di un ampio dibattito pubblico, di risposte da parte dei diretti interessati, le nomine dei vertici della Fondazione e del Banco (se, come pare, saranno in tutto o in parte quelle annunciate) si tradurranno in un atto di straordinaria arroganza e protervia. Dal punto di vista del Pd – che è coinvolto nella vicenda attraverso suoi uomini di punta – sarà un formidabile regalo al Movimento 5 stelle e al centrodestra. Regalo del quale la decisione del consiglio regionale di istituire una commissione d’inchiesta sulle banche è solo una prima anticipazione. Il danno di immagine per il Partito democratico – già rilevante, come ha sottolineato lo stesso responsabile economico nazionale Stefano Fassina – diventerà grave e forse devastante. Qualcosa in grado di incidere negativamente sull’immagine pubblica dei democratici e sulla campagna elettorale per le Regionali.

Ma poi, a chi asseconda questi metodi interessa veramente vincere? O gli è sufficiente stare nei posti-chiave. Quelli dove la possibilità di esercitare il potere non deve sottoporsi alla fastidio verifica del consenso popolare? Ecco un’altra domanda alla quale è obbligatorio rispondere. Attenderemo con pazienza continuando a riproporla.

Giovanni Maria Bellu