“Mai conosciuto mecenati della politica. Privati che finanziano partiti si aspettano qualcosa in cambio”


On. Marco Di Lello   – Partito Socialista

intervento  del 25/09/2013  alla camera  sul finanziamento ai partitiSignor Presidente e onorevoli colleghi, come certo ricorderete l’articolo 49 della Costituzione prevede che «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Tutti i cittadini, non solo alcuni, i più ricchi o coloro che ne hanno la possibilità: tutti.
Ho ascoltato equilibrismi lessicali, ma l’articolo 1 della legge di cui discutiamo è chiaro: abolizione del finanziamento pubblico. Non mi stupisce che una parte di questo Parlamento, la più lontana da me, voglia abolire il finanziamento pubblico ai partiti, né che ci siano autorevoli mass media che spingano in tale direzione. C’è chi ne ha fatto la sua bandiera in campagna elettorale, dipingendolo come il peggiore dei mali; chi invece ha tutto l’interesse di favorire l’acquisto di quote democratiche nel Paese. Ma noi qui siamo chiamati a difendere la democrazia e per farlo occorre un sistema di finanziamento che sia di natura pubblica, come nei maggiori Paesi europei ed occidentali. E poi in Europa è così che funziona e nessuno se ne scandalizza: la Francia prevede un sistema di finanziamento pubblico in base ai voti ottenuti per circa 70 milioni l’anno; in Spagna si erogano rimborsi elettorali per 130 milioni di euro l’anno; nella tanto invidiata Germania, dove si è votato domenica scorsa, quelle elezioni comporteranno un rimborso per 154 milioni di euro, il più alto nella storia di quella Repubblica. In totale, i Paesi che prevedono il finanziamento pubblico annuale o il rimborso elettorale sono oltre 150, tutti i più sviluppati.
Qualcuno dice: facciamo come in America. Ma siamo sicuri che sia quella la scelta migliore? Le sole elezioni presidenziali negli USA costano diverse centinaia di milioni di dollari. Il sistema americano assicura certo una trasparenza molto alta ed un finanziamento tutto privato, ma che ha comportato la privatizzazione della politica e lo strapotere delle lobby.
Quali sono poi gli altri Paesi in cui non c’è il finanziamento pubblico? Quali quelli a cui ci vogliamo ispirare? L’Afghanistan? Il Botswana? La Cambogia? Il Ghana? Iran? L’Iraq? Il Pakistan? Il Sudan? Lo Zambia? O La Bielorussia? L’Ucraina? O il Kazakistan che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi tempi? Sono una sessantina i Paesi nel mondo in cui i partiti non godono di finanziamenti pubblici, nessuno di questi brilla per la sua democrazia. Anzi, in moltissimi casi si tratta di dittature vere e proprie, dove chi finanzia è scelto dal regine e decide le sorti politiche, economiche e sociali di quella realtà. È a questo che si vuole arrivare? Si vuole un Paese in cui la corruzione dilaghi per mano di pochi, erodendo quella democrazia che, per quanto in alcune parti malata, è la prima garanzia di tutti i cittadini verso lo Stato?
Sarebbe ipocrita o, se preferite, ingenuo credere che i contributi privati arriveranno solo da persone fisiche, che in sede di denuncia dei redditi metteranno la loro brava «x» sul nome di un partito anziché di un altro, destinando il loro 2 per mille e che non si tratterà invece di una vera e propria acquisizione di quote partitiche da parte delle lobby e dei grandi interessi del Paese.
Perciò il meccanismo attuale va emendato, migliorato, ma non eliminato. Certo, maggiori controlli in sede istituzionale, maggiore rigidità per l’accesso al finanziamento pubblico e ai rimborsi elettorali, di cui oggi si è fatto uso e – mi dispiace – molte volte, abuso. Ma imporre regole non può voler dire eliminare il problema cancellando il finanziamento, ammettendo così di essere un Paese incapace di autoregolamentarsi, perché se aboliamo il finanziamento pubblico resterà solo quello dei privati. Io non ho mai conosciuto mecenati della politica. I privati si aspetteranno sempre, più o meno legittimamente, di ricevere qualcosa in cambio.
Senza considerare che in un periodo di crisi economica come quello che stiamo vivendo sono proprio i più deboli
quelli che hanno bisogno di un più forte sostegno politico, ma sono anche quelli che hanno meno da donare a chicchessia e figuriamoci ai partiti. Anche questo sarà un modo per falsare le regole del gioco della libera competizione democratica. Per questo motivo la posizione dei deputati e della deputata socialista è, e rimane, quella rivolta ad un responsabile finanziamento pubblico alle forze politiche, garantendo controlli serrati e regolari registri, affinché ogni centesimo di euro dato e poi speso dai vari partiti sia trasparente e tracciabile.
Occorre avere il coraggio di affrontare il problema in maniera seria e responsabile, senza nascondere la testa sotto la sabbia, perché il rischio che si paventa è che tra qualche anno, sommersi di «azionisti della democrazia», rimpiangeremo quel brutto, ma sano, sistema di finanziamento pubblico, e noi, Cassandre inascoltate, a ricordare: «Ve lo avevamo detto!». Il finanziamento pubblico ai partiti nel 2013 è costato nel nostro Paese 91 milioni di euro, più o meno 1 euro e 50 centesimi a testa, poco più del prezzo di un caffè. Onorevoli colleghi, sono certo che anche per voi la democrazia valga più di un caffè

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