Interrogazione al ministro Alfano e al ministro Cancellieri sulla questione decadenza


Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-00844

Atto n. 4-00844

Pubblicato il 17 settembre 2013, nella seduta n. 103

NENCINI , BUEMI , LONGO Fausto Guilherme – Ai Ministri dell’interno, della giustizia e per la pubblica amministrazione e la semplificazione. –

Premesso che:

con la sentenza del Consiglio di Stato n. 695 del 6 febbraio 2013 è stato respinto il ricorso contro la cancellazione del nominativo del candidato Marcello Miniscalco dalla lista regionale a supporto del candidato presidente della Regione Molise, cancellazione disposta dall’ufficio centrale regionale istituito presso la Corte d’appello di Campobasso;

la pronuncia, resa nei confronti anche del litisconsorte Ministero dell’interno, costituiva la prima applicazione del decreto legislativo 31 dicembre 2012, n. 235, recante “Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell’articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190”, secondo cui non possono essere candidati e non possono comunque ricoprire una carica elettiva, ivi elencata, coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a 2 anni di reclusione, per delitti non colposi, consumati o tentati, per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a 4 anni;

di conseguenza, il decreto legislativo n. 235 del 2012 si inserisce nella fattispecie extrapenale della condanna che (con le sentenze 15 maggio 2001, n. 132, 15 febbraio 2002, n. 25) era stata ascritta dalla Corte costituzionale all’istituto dell’incandidabilità; la sentenza della Corte costituzionale 31 marzo 1998, n. 114, aveva anzi ricondotto alla categoria dell’indegnità morale la fonte di questa compressione del diritto tutelato dall’articolo 48 della Costituzione, motivo da cui la citata sentenza del Consiglio di Stato fa discendere l’inapplicabilità al candidato Miniscalco del principio di irretroattività della sanzione penale, in quanto tale principio varrebbe solo per le pene (e la pena accessoria dell’interdizione, che comporta la cancellazione dalle liste elettorali di cui al decreto del Presidente della Repubblica. n. 223 del 1967 e quindi la perdita della qualità di elettore che è precondizione dell’elettorato passivo);

la Cassazione (sez. 1, sentenza n. 13831 del 2008) ha sostenuto che «La Corte (…) ha già avuto modo di affermare che l’ineleggibilità [rectiusincandidabilità] (sancita dalla legge n. 55 del 1990, art. 15) non ha a che fare con il trattamento penale o con le conseguenze penali dei reati, ma attiene alla definizione dei requisiti di accesso alle cariche elettive (Corte cost. sent. n. 132/2001)»;

ne discende che il parametro costituzionale di eguaglianza nell’elettorato passivo, a fondamento del motivo, non è utilizzabile nell’interpretazione delle norme applicabili alla fattispecie e quindi sarebbe ben possibile che in questa materia si abbia elettorato attivo ma non elettorato passivo;

ma è altrettanto vero che tralasciare l’elemento soggettivo, quando l’esigibilità della condotta virtuosa si fonda sulla consapevole accettazione del reo in ordine al rischio di incorrere nell’effetto, non appare una scelta oculata, sotto il profilo della “gestione” di una fattispecie che impatta sul mandato elettivo;

nella XVI Legislatura, nel corso dell’esame della delega, poi esercitata con il decreto legislativo n. 235, un disegno di legge collegato (A.S. n. 2168, Disciplina della partecipazione alla vita pubblica e degli emolumenti per l’esercizio della funzione pubblica, regolamentazione degli incarichi di consulenza e norme in materia di contrasto a fenomeni di corruzione) e l’emendamento 10.1 al disegno di legge n. 2156 (e connessi), in sede di esame in prima lettura del disegno di legge che poi diede luogo alla legge 6 novembre 2012, n. 190, proponevano una strada diversa: cioè quella di arrivare all’incandidabilità per la strada della perdita dell’elettorato attivo, facendo leva sulla corrispondenza biunivoca prevista in Costituzione tra elettorato attivo ed elettorato passivo per le due Camere. Ma questa proposta è disattesa proprio dall’articolo 15, comma 2, del decreto n. 235, secondo cui “L’incandidabilità disciplinata dal presente testo unico produce i suoi effetti indipendentemente dalla concomitanza con la limitazione del diritto di elettorato attivo e passivo derivante dall’applicazione della pena accessoria dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici”. Il dibattito parlamentare (assemblea del Senato del 15 giugno 2011) vide le obiezioni di più senatori alla stessa utilizzabilità dello strumento del decreto legislativo in una materia, quella elettorale, coperta da riserva di legge;

dal primo firmatario sen. D’Alia del citato emendamento 10.1 fu sottolineato il fatto che con l’emendamento del senatore Malan (emendamento 10.251, che poi fu approvato e fu all’origine della norma di delega) “noi stiamo dando al Governo una delega in bianco (in questo caso sì, in violazione anche dell’articolo 65 della Costituzione), in cui diciamo al Governo che dev’essere lui a stabilire qual è la durata delle incandidabilità di cui alle lettere a) e b) del comma 2. Noi cioè stiamo sottraendo al Parlamento, e quindi alla riserva assoluta di legge (quindi all’Assemblea), il compito di stabilire e predeterminare quali sono i requisiti di accesso, chiamiamoli di incandidabilità, di ineleggibilità, di incompatibilità, tutto ciò che comunque è contenuto nella previsione dell’articolo 65 della Costituzione, e lo facciamo con una disposizione che non so neanche come definire. In sostanza, stiamo dicendo che la durata e i casi di incandidabilità li stabilisce il Governo: non li predeterminiamo per legge, ma diamo una delega in bianco al Governo, dimenticando che la Costituzione, al contrario, prevede che sia il Parlamento a stabilire i criteri entro cui la delega deve essere esercitata. Le ipotesi di incandidabilità devono essere tassative e individuate prima, con legge ordinaria, non con delega legislativa. Aggiungo inoltre che questa disposizione crea grande confusione. Formalmente, parliamo di incandidabilità, ma poiché non la discipliniamo in alcun modo e non scegliamo se affidare il compito della valutazione di incandidabilità agli uffici elettorali o al Parlamento, introduciamo una confusione terminologica. Dal punto di vista sostanziale, sappiamo bene che invece si tratta di due cose diverse. Infatti, quando si introduce la categoria della incandidabilità, si prevede sostanzialmente che una persona non può partecipare alla competizione elettorale, non che può parteciparvi anche se non ne ha titolo, tanto poi sarà il Parlamento a decidere se il titolo ce l’ha o no. Questo è il punto di fondo che l’emendamento in esame non affronta, né con riferimento alla sovrapposizione fra i diritti di elettorato attivo e passivo, né dal punto di vista della competenza sulla declaratoria di incandidabilità, che non si capisce se sia riferibile agli uffici elettorali o, viceversa, al Parlamento. Si introduce la categoria della incandidabilità senza alcuna disciplina, creando un conflitto che sicuramente complicherà ulteriormente il mondo giuridico – già complesso – di questa materia, affidandola totalmente all’arbitrio di questa o di quella maggioranza” (intervento del senatore D’Alia, durante la seduta dell’Assemblea del 15 giugno 2011);

considerato che a giudizio degli interroganti risulta inimmaginabile credere che il giudice penale che inflisse nel 2001 una condanna ad appena 3 mesi a Marcello Miniscalco per l’abuso d’ufficio, consistente nell’avere negato una piazza ad un comizio nel 1995 quando era sindaco di Rocchetta sul Volturno (Isernia), avrebbe mai considerato congruo al caso concreto un effetto di incandidabilità dilazionato nel tempo di oltre 12 anni, fisso nella durata di 6 anni, che gli impedisce di prendere parte in prima persona alla ricerca del consenso elettorale, per il partito di cui è segretario regionale e che, sotto la sua guida, ha conseguito alle elezioni regionali di febbraio 2013 il terzo miglior risultato nella coalizione di centro sinistra risultata vincitrice;

si chiede di sapere se, rispetto agli altri casi di applicazione del decreto legislativo n. 235 del 2012 giunti di recente all’attenzione dell’opinione pubblica (Andrea Alzetta, incandidabile alle elezioni comunali romane per una condanna del 1996 per scontri con la polizia, e Silvio Berlusconi, per il quale la procura della Repubblica milanese ha promosso il procedimento di decadenza da senatore a seguito dell’incandidabilità derivante dalla condanna per frode fiscale resa definitiva dalla Cassazione il 1° agosto 2013), non si ritenga che la limitazione sofferta da Marcello Miniscalco si collochi all’estremo in cui più ampia è la discrasia tra riprovevolezza dei fatti addebitati in condanna ed effetto di coartazione del diritto all’elettorato passivo e quali iniziative di competenza intenda assumere al riguardo.

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