Interrogazione al ministro Alfano e al ministro Cancellieri sulla questione decadenza


Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-00844

Atto n. 4-00844

Pubblicato il 17 settembre 2013, nella seduta n. 103

NENCINI , BUEMI , LONGO Fausto Guilherme – Ai Ministri dell’interno, della giustizia e per la pubblica amministrazione e la semplificazione. –

Premesso che:

con la sentenza del Consiglio di Stato n. 695 del 6 febbraio 2013 è stato respinto il ricorso contro la cancellazione del nominativo del candidato Marcello Miniscalco dalla lista regionale a supporto del candidato presidente della Regione Molise, cancellazione disposta dall’ufficio centrale regionale istituito presso la Corte d’appello di Campobasso;

la pronuncia, resa nei confronti anche del litisconsorte Ministero dell’interno, costituiva la prima applicazione del decreto legislativo 31 dicembre 2012, n. 235, recante “Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell’articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190”, secondo cui non possono essere candidati e non possono comunque ricoprire una carica elettiva, ivi elencata, coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a 2 anni di reclusione, per delitti non colposi, consumati o tentati, per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a 4 anni;

di conseguenza, il decreto legislativo n. 235 del 2012 si inserisce nella fattispecie extrapenale della condanna che (con le sentenze 15 maggio 2001, n. 132, 15 febbraio 2002, n. 25) era stata ascritta dalla Corte costituzionale all’istituto dell’incandidabilità; la sentenza della Corte costituzionale 31 marzo 1998, n. 114, aveva anzi ricondotto alla categoria dell’indegnità morale la fonte di questa compressione del diritto tutelato dall’articolo 48 della Costituzione, motivo da cui la citata sentenza del Consiglio di Stato fa discendere l’inapplicabilità al candidato Miniscalco del principio di irretroattività della sanzione penale, in quanto tale principio varrebbe solo per le pene (e la pena accessoria dell’interdizione, che comporta la cancellazione dalle liste elettorali di cui al decreto del Presidente della Repubblica. n. 223 del 1967 e quindi la perdita della qualità di elettore che è precondizione dell’elettorato passivo);

la Cassazione (sez. 1, sentenza n. 13831 del 2008) ha sostenuto che «La Corte (…) ha già avuto modo di affermare che l’ineleggibilità [rectiusincandidabilità] (sancita dalla legge n. 55 del 1990, art. 15) non ha a che fare con il trattamento penale o con le conseguenze penali dei reati, ma attiene alla definizione dei requisiti di accesso alle cariche elettive (Corte cost. sent. n. 132/2001)»;

ne discende che il parametro costituzionale di eguaglianza nell’elettorato passivo, a fondamento del motivo, non è utilizzabile nell’interpretazione delle norme applicabili alla fattispecie e quindi sarebbe ben possibile che in questa materia si abbia elettorato attivo ma non elettorato passivo;

ma è altrettanto vero che tralasciare l’elemento soggettivo, quando l’esigibilità della condotta virtuosa si fonda sulla consapevole accettazione del reo in ordine al rischio di incorrere nell’effetto, non appare una scelta oculata, sotto il profilo della “gestione” di una fattispecie che impatta sul mandato elettivo;

nella XVI Legislatura, nel corso dell’esame della delega, poi esercitata con il decreto legislativo n. 235, un disegno di legge collegato (A.S. n. 2168, Disciplina della partecipazione alla vita pubblica e degli emolumenti per l’esercizio della funzione pubblica, regolamentazione degli incarichi di consulenza e norme in materia di contrasto a fenomeni di corruzione) e l’emendamento 10.1 al disegno di legge n. 2156 (e connessi), in sede di esame in prima lettura del disegno di legge che poi diede luogo alla legge 6 novembre 2012, n. 190, proponevano una strada diversa: cioè quella di arrivare all’incandidabilità per la strada della perdita dell’elettorato attivo, facendo leva sulla corrispondenza biunivoca prevista in Costituzione tra elettorato attivo ed elettorato passivo per le due Camere. Ma questa proposta è disattesa proprio dall’articolo 15, comma 2, del decreto n. 235, secondo cui “L’incandidabilità disciplinata dal presente testo unico produce i suoi effetti indipendentemente dalla concomitanza con la limitazione del diritto di elettorato attivo e passivo derivante dall’applicazione della pena accessoria dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici”. Il dibattito parlamentare (assemblea del Senato del 15 giugno 2011) vide le obiezioni di più senatori alla stessa utilizzabilità dello strumento del decreto legislativo in una materia, quella elettorale, coperta da riserva di legge;

dal primo firmatario sen. D’Alia del citato emendamento 10.1 fu sottolineato il fatto che con l’emendamento del senatore Malan (emendamento 10.251, che poi fu approvato e fu all’origine della norma di delega) “noi stiamo dando al Governo una delega in bianco (in questo caso sì, in violazione anche dell’articolo 65 della Costituzione), in cui diciamo al Governo che dev’essere lui a stabilire qual è la durata delle incandidabilità di cui alle lettere a) e b) del comma 2. Noi cioè stiamo sottraendo al Parlamento, e quindi alla riserva assoluta di legge (quindi all’Assemblea), il compito di stabilire e predeterminare quali sono i requisiti di accesso, chiamiamoli di incandidabilità, di ineleggibilità, di incompatibilità, tutto ciò che comunque è contenuto nella previsione dell’articolo 65 della Costituzione, e lo facciamo con una disposizione che non so neanche come definire. In sostanza, stiamo dicendo che la durata e i casi di incandidabilità li stabilisce il Governo: non li predeterminiamo per legge, ma diamo una delega in bianco al Governo, dimenticando che la Costituzione, al contrario, prevede che sia il Parlamento a stabilire i criteri entro cui la delega deve essere esercitata. Le ipotesi di incandidabilità devono essere tassative e individuate prima, con legge ordinaria, non con delega legislativa. Aggiungo inoltre che questa disposizione crea grande confusione. Formalmente, parliamo di incandidabilità, ma poiché non la discipliniamo in alcun modo e non scegliamo se affidare il compito della valutazione di incandidabilità agli uffici elettorali o al Parlamento, introduciamo una confusione terminologica. Dal punto di vista sostanziale, sappiamo bene che invece si tratta di due cose diverse. Infatti, quando si introduce la categoria della incandidabilità, si prevede sostanzialmente che una persona non può partecipare alla competizione elettorale, non che può parteciparvi anche se non ne ha titolo, tanto poi sarà il Parlamento a decidere se il titolo ce l’ha o no. Questo è il punto di fondo che l’emendamento in esame non affronta, né con riferimento alla sovrapposizione fra i diritti di elettorato attivo e passivo, né dal punto di vista della competenza sulla declaratoria di incandidabilità, che non si capisce se sia riferibile agli uffici elettorali o, viceversa, al Parlamento. Si introduce la categoria della incandidabilità senza alcuna disciplina, creando un conflitto che sicuramente complicherà ulteriormente il mondo giuridico – già complesso – di questa materia, affidandola totalmente all’arbitrio di questa o di quella maggioranza” (intervento del senatore D’Alia, durante la seduta dell’Assemblea del 15 giugno 2011);

considerato che a giudizio degli interroganti risulta inimmaginabile credere che il giudice penale che inflisse nel 2001 una condanna ad appena 3 mesi a Marcello Miniscalco per l’abuso d’ufficio, consistente nell’avere negato una piazza ad un comizio nel 1995 quando era sindaco di Rocchetta sul Volturno (Isernia), avrebbe mai considerato congruo al caso concreto un effetto di incandidabilità dilazionato nel tempo di oltre 12 anni, fisso nella durata di 6 anni, che gli impedisce di prendere parte in prima persona alla ricerca del consenso elettorale, per il partito di cui è segretario regionale e che, sotto la sua guida, ha conseguito alle elezioni regionali di febbraio 2013 il terzo miglior risultato nella coalizione di centro sinistra risultata vincitrice;

si chiede di sapere se, rispetto agli altri casi di applicazione del decreto legislativo n. 235 del 2012 giunti di recente all’attenzione dell’opinione pubblica (Andrea Alzetta, incandidabile alle elezioni comunali romane per una condanna del 1996 per scontri con la polizia, e Silvio Berlusconi, per il quale la procura della Repubblica milanese ha promosso il procedimento di decadenza da senatore a seguito dell’incandidabilità derivante dalla condanna per frode fiscale resa definitiva dalla Cassazione il 1° agosto 2013), non si ritenga che la limitazione sofferta da Marcello Miniscalco si collochi all’estremo in cui più ampia è la discrasia tra riprovevolezza dei fatti addebitati in condanna ed effetto di coartazione del diritto all’elettorato passivo e quali iniziative di competenza intenda assumere al riguardo.

Interrogazione sull’inchiesta RAI


Atto n. 4-00908

Pubblicato il 25 settembre 2013, nella seduta n. 110

BUEMI , NENCINI , LONGO Fausto Guilherme – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dello sviluppo economico e dell’economia e delle finanze. –

Premesso che:

organi di stampa scrivono sull’evasione fiscale compiuta da Rai Cinema con la compravendita all’estero di diritti televisivi. Nell’articolo de “il Fatto Quotidiano” (8 marzo 2013) si legge: «Si allarga l’inchiesta della Procura di Roma sui diritti tv Rai e da poco al vaglio degli inquirenti ci sono finiti anche altri uffici di Viale Mazzini, oltre quelli di Rai Cinema di cui si parla da mesi. L’obiettivo è chiarire se quel “metodo Agrama”, divenuto noto dopo l’inchiesta Mediatrade, sia stato applicato anche in altre gestioni dell’azienda di Stato. A partire da Rai 2. L’indagine riguarda infatti le procedure di acquisto all’esterno di una serie di prodotti televisivi, dai reality, alle fiction, e mira a chiarire la modalità di gestione del denaro da parte della tv pubblica. Secondo l’inchiesta Rai Cinema avrebbe comprato una serie di prodotti cinematografici mai trasmessi dalla tv pubblica. Sulla scrivania del sostituto procuratore Barbara Sargenti, titolare dell’inchiesta, ci sono finiti tutti i bilanci e gli investimenti fatti dal 2004 ad oggi per l’acquisto dei diritti tv. In nove anni infatti le cifre sono esorbitanti: circa un miliardo e duecento mila euro escono fuori dalle casse dell’azienda di Stato per l’acquisto di prodotti televisivi. Insomma, bisogna capire come siano stati spesi quei soldi, e soprattutto perché una parte di essi sia stata utilizzata per comprare film mai più trasmessi. Anche in questo caso si cerca di andare alla radice del problema e scoprire se nell’azienda fosse di routine quello che per l’accusa romana era il metodo Agrama, un escamotage per evadere le tasse che prende il nome da Mohamed Farouk Agrama, meglio conosciuto come Frank, un egiziano che vive a Los Angeles e compra per conto di terzi. Era questa l’accusa che veniva mossa nei confronti degli indagati del caso Mediatrade che ha coinvolto Silvio Berlusconi, insieme al figlio Piersilvio, al produttore Frank Agrama»;

l’articolo prosegue: «Tutto ciò è avvenuto negli anni in cui era direttore generale di Rai Cinema Carlo Macchitella, in carica fino al 2007 quando si è dimesso perché tirato in ballo proprio nell’inchiesta sui diritti Mediaset, pur non essendo indagato. Da una rogatoria emersero bonifici del 1999 per un totale di 500 mila dollari da parte di Agrama su un conto svizzero denominato “Batigol” aperto da Daniele Lorenzano e intestato a Macchitella, che giustificò i soldi come il corrispettivo per beni ceduti al consulente Mediaset. I dirigenti Rai resteranno impuniti: i presunti reati sono tutti prescritti. E a pagarne il prezzo saranno i contribuenti»;

come per Mediaset, dalle indagini della procura di Roma è risultato, quindi, che anche Rai Cinema ha utilizzato lo stesso escamotage fiscale;

il senatore Lannutti, nella XVI Legislatura, ha presentato un’interrogazione dello stesso tenore (4-08471) senza ottenere, purtroppo, alcuna risposta;

il 3 settembre 2013 il sito internet di “Libero” scrive: «A dirlo ai magistrati elvetici è un responsabile dell’emittente d’Oltralpe: “Anche la televisione svizzera pagò Frank Agrama, ma questi non è stato considerato dai giudici il socio occulto di Silvio Berlusconi, com’è accaduto in Procura a Milano e (…) a Roma. Tanto che un’inchiesta aperta nel 2010 finì subito archiviata”. L’esclusiva è del settimanale Tempi, che dopo avere trovato gli atti, mai pubblicati in Italia, ha raccontato l’inquietante circostanza sul suo sito. I documenti della magistratura svizzera proverebbero che il produttore cinematografico americano, condannato in via definitiva nel processo sui diritti tv Mediaset insieme con Silvio Berlusconi, per le toghe svizzere, non è affatto un intermediario fittizio nella catena dei diritti televisivi, al contrario di quanto hanno invece sostenuto (fin dal primo grado di giudizio) i pm milanesi e poi i giudici di Cassazione. Frank Agrama, dicono gli elvetici, era stato “materialmente incaricato dalla Paramount di vendere diritti per film e fiction in Italia”. E come non bastasse “il mandato della major americana riguardava tutte le tv italiofone, compresa, appunto, la Televisione Svizzera di lingua italiana (Rsi) (…). Il produttore statunitense, stando a quanto dichiarato a verbale dal responsabile della tv svizzera, «era conosciuto come il detentore esclusivo dei diritti di diffusione della Paramount per l’Italia e per la Svizzera di lingua italiana”, perché, “in seguito ad alcune tensioni tra il diffusore pubblico Rai e Mediaset, la Paramount aveva cessato per diversi anni di trattare direttamente con i diffusori italiofoni”. Il documento, tradotto dal francese e pubblicato per ampi stralci, riporta le domande del giudice istruttore svizzero al responsabile della Srg Ssr. E le relative risposte. Risposte che ribaltano la ricostruzione fatta dalle toghe di Milano sul ruolo di Agrama e quindi di Silvio Berlusconi condannato a 4 anni di reclusione. Le carte svizzere non sono redatte né da Franco Coppi né da Niccolò Ghedini, ma dall’Ufficio dei Giudici Istruttori di Berna»;

considerato che:

lo “spettro” dei rapporti poco chiari tra Rai e produttori americani di film filtra da giorni sui quotidiani senza sollevare risposte ufficiali, né viene approfondito con rigore dalla stampa indipendente, evidenziando un disinteresse a giudizio degli interroganti assolutamente incredibile. Può, tuttavia, e deve o materializzarsi o essere cancellato in modo inequivoco se si vede che l’Italia non appaia come un “tempio dell’ipocrisia”. Occorre dare una risposta chiara alla domanda se la Rai abbia comperato o meno i film americani con lo stesso sistema di Berlusconi;

se la notizia secondo la quale la Rai tv avrebbe sovrafatturato i prodotti acquistati all’estero fosse confermata, si avrebbe a che fare con un sistema condiviso con Mediaset e Rai tv uniti nella sovrafatturazione e nell’evasione fiscale;

a giudizio degli interroganti che lo faccia un ente privato è grave, che lo faccia un ente pubblico sarebbe ancora più grave e nessuno lo confesserà apertamente. Non certo Berlusconi che proclama la sua assoluta estraneità e innocenza, ma men che meno la Rai che dovrebbe andare incontro alle stesse conseguenze penali del padrone di Mediaset. Il bipolarismo mediatico dovrebbe rispondere alle stessi leggi anche per quel che riguarda il fisco e, poiché gli interroganti sono garantisti, si augurano ancora che nessuno dei due poli abbia commesso reati, anche se nell’un caso è stato accertato da tre sentenze della magistratura. Ma non è giusto che venga fatta solo una giustizia parziale, in quanto la giustizia deve essere per tutti; non come a giudizio degli interroganti è avvenuto con Tangentopoli che guardava a senso unico e colpiva a seconda della collocazione dei partiti. “Sovraffatturopoli” deve guardare in tutte le direzioni;

tenuto conto che, secondo quanto risulta agli interroganti:

si è accertato che i prezzi pagati dalla televisione di Stato per diritti cinematografici e televisivi sono poi risultati assolutamente fuori mercato;

Rai Cinema dal 2000 al 2008 avrebbe evaso le imposte usando l’escamotage della sovrafatturazione con un intermediario per l’acquisto dei diritti dei prodotti cinematografici e televisivi;

una parte di questa evasione, almeno fino al 2005, non sarebbe penalmente perseguibile e che quella dal 2005 in poi è oggetto di indagine ad opera del pm Barbara Sargenti;

anche la Rai avrebbe usato il “metodo Agrama”, l’egiziano coinvolto nell’affare Mediaset che vive a Los Angeles e compra con la sua società per conto terzi e, almeno in talune occasioni, anche la Rai avrebbe utilizzato la stesso Agrama per acquistare diritti cinematografici e televisivi;

più in particolare, come emerge da una testimonianza già pubblicata, nel 1999 la Matlok di Agrama avrebbe acquistato alla Paramount diritti per 608.000 dollari e poi li avrebbe rivenduti alla Rai a 1.485.000 dollari;

alcuni dirigenti Rai, e sarebbe opportuno sapere quali, avrebbero approfittato della situazione attraverso l’indebita interferenza con l’intermediario al quale veniva riconosciuta solo una parte della plusvalenza;

nel contempo, mentre da un lato si sovrafatturava per permettere la doppia plusvalenza dell’intermediario e degli eventuali approfittatori, dall’altro si sottofatturava per permettere ai proprietari dei diritti di evadere anch’essi, costruendo così un’operazione di triplice vantaggio;

se la Rai avesse acquistato con una forte maggiorazione tali prodotti si determinerebbe un’evasione fiscale, nel periodo 2000-2008, che risulterebbe pari a 8 milioni e mezzo di euro, secondo quanto già pubblicato dalla stampa e mai smentito dall’azienda;

di tutto questo la Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, le Commissioni competenti di Camera e Senato e lo stesso Parlamento hanno a giudizio degli interroganti sempre evitato di occuparsi;

considerati gli impegni assunti sulla base del Contratto di servizio tra la Rai e il Ministero dello sviluppo economico,

si chiede di sapere:

se quanto riportato in premessa corrisponda al vero;

quali iniziative di competenza intenda assumere il Governo al fine di evitare ogni forma di spreco nella gestione dell’azienda pubblica, pagata con il canone dei cittadini, al fine di innescare un’inversione di tendenza rispetto alle successive gestioni che, a giudizio degli interroganti, hanno solo sottratto risorse all’azienda e praticato un’informazione di parte, in violazione dell’oggettività ed obiettività dell’informazione stessa, usando il servizio pubblico per assecondare le proprie clientele;

quale sia la valutazione del Governo in relazione al comportamento dei dirigenti Rai responsabili della presunta evasione del fisco, utilizzando il cosiddetto “metodo Agrama”;

quali iniziative, alla luce della più volte annunciata lotta all’evasione come programma di Governo, intenda adottare perché fatti come quelli esposti in premessa non si verifichino ancora, giacché il prezzo della suddetta evasione lo pagheranno alla fine i contribuenti;

quali iniziative normative intenda promuovere al fine di garantire ai cittadini un servizio pubblico rigoroso e imparziale secondo quanto prevede il citato Contratto di servizio, oltre a contribuire all’elaborazione di indirizzi aziendali e norme deontologiche che evitino un’informazione ispirata esclusivamente a criteri di mercato, cioè mera espressione di grandi gruppi finanziari, industriali e imprenditoriali.

E se ad evadere fosse la Rai ?


di Antonella Soddu

Nei giorni scorsi è passata in sordina una notizia che se, a termine dell’inchiesta si tramutasse in un rinvio a giudizio scatenerebbe sul serio un ampio dibattito. Stiamo parlando della questione RAI, dell’indagine in corso per evasione fiscale, un silenzio assordante d’istituzioni e stampa e, pensate, nemmeno Fico, presidente della commissione Rai, ne parla. Eppure, come denuncia il senatore socialista Enrico Buemi, capogruppo della commissione giustizia, per esser precisi, colui che qualcuno voleva come il dissidente del Pd che avrebbe dovuto votare no alla decadenza di Berlusconi – “Occorre dare una risposta chiara alla domanda se la Rai abbia comperato o no i film americani con lo stesso sistema di Berlusconi – ha continuato Buemi – che lo faccia un ente privato è grave, che lo faccia un ente pubblico è ancora più grave. Per questo noi senatori socialisti abbiamo presentato un’interrogazione parlamentare indirizzata al Presidente del Consiglio dei Ministri e ai Ministri dello sviluppo economico e dell’economia e delle finanze, congiuntamente a una lettera al presidente della Commissione di Vigilanza Rai a firma del nostro segretario, il sen. Riccardo Nencini.” Un ombra, insomma, su una questione che letta cosi, di primo acchito, porta il lettore e, sopratutto il contribuente a domandarsi il perché la vicenda stia passando inosservata. L’inchiesta sulla vicenda è stata aperta dal procuratore Barbara Sargenti, e vuole levare ogni ombra possibile. Per il momento si parla di presunta evasione compiuta dalla Rai Cinema con la compravendita all’estero di diritti televisivi, mediante il metodo “Agrama” emerso dopo l’inchiesta “Mediatrade”. Secondo indiscrezioni lo stesso metodo potrebbe esser stato applicato anche nell’ambito di altre gestioni dell’azienda di stato

“Mai conosciuto mecenati della politica. Privati che finanziano partiti si aspettano qualcosa in cambio”


On. Marco Di Lello   – Partito Socialista

intervento  del 25/09/2013  alla camera  sul finanziamento ai partitiSignor Presidente e onorevoli colleghi, come certo ricorderete l’articolo 49 della Costituzione prevede che «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Tutti i cittadini, non solo alcuni, i più ricchi o coloro che ne hanno la possibilità: tutti.
Ho ascoltato equilibrismi lessicali, ma l’articolo 1 della legge di cui discutiamo è chiaro: abolizione del finanziamento pubblico. Non mi stupisce che una parte di questo Parlamento, la più lontana da me, voglia abolire il finanziamento pubblico ai partiti, né che ci siano autorevoli mass media che spingano in tale direzione. C’è chi ne ha fatto la sua bandiera in campagna elettorale, dipingendolo come il peggiore dei mali; chi invece ha tutto l’interesse di favorire l’acquisto di quote democratiche nel Paese. Ma noi qui siamo chiamati a difendere la democrazia e per farlo occorre un sistema di finanziamento che sia di natura pubblica, come nei maggiori Paesi europei ed occidentali. E poi in Europa è così che funziona e nessuno se ne scandalizza: la Francia prevede un sistema di finanziamento pubblico in base ai voti ottenuti per circa 70 milioni l’anno; in Spagna si erogano rimborsi elettorali per 130 milioni di euro l’anno; nella tanto invidiata Germania, dove si è votato domenica scorsa, quelle elezioni comporteranno un rimborso per 154 milioni di euro, il più alto nella storia di quella Repubblica. In totale, i Paesi che prevedono il finanziamento pubblico annuale o il rimborso elettorale sono oltre 150, tutti i più sviluppati.
Qualcuno dice: facciamo come in America. Ma siamo sicuri che sia quella la scelta migliore? Le sole elezioni presidenziali negli USA costano diverse centinaia di milioni di dollari. Il sistema americano assicura certo una trasparenza molto alta ed un finanziamento tutto privato, ma che ha comportato la privatizzazione della politica e lo strapotere delle lobby.
Quali sono poi gli altri Paesi in cui non c’è il finanziamento pubblico? Quali quelli a cui ci vogliamo ispirare? L’Afghanistan? Il Botswana? La Cambogia? Il Ghana? Iran? L’Iraq? Il Pakistan? Il Sudan? Lo Zambia? O La Bielorussia? L’Ucraina? O il Kazakistan che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi tempi? Sono una sessantina i Paesi nel mondo in cui i partiti non godono di finanziamenti pubblici, nessuno di questi brilla per la sua democrazia. Anzi, in moltissimi casi si tratta di dittature vere e proprie, dove chi finanzia è scelto dal regine e decide le sorti politiche, economiche e sociali di quella realtà. È a questo che si vuole arrivare? Si vuole un Paese in cui la corruzione dilaghi per mano di pochi, erodendo quella democrazia che, per quanto in alcune parti malata, è la prima garanzia di tutti i cittadini verso lo Stato?
Sarebbe ipocrita o, se preferite, ingenuo credere che i contributi privati arriveranno solo da persone fisiche, che in sede di denuncia dei redditi metteranno la loro brava «x» sul nome di un partito anziché di un altro, destinando il loro 2 per mille e che non si tratterà invece di una vera e propria acquisizione di quote partitiche da parte delle lobby e dei grandi interessi del Paese.
Perciò il meccanismo attuale va emendato, migliorato, ma non eliminato. Certo, maggiori controlli in sede istituzionale, maggiore rigidità per l’accesso al finanziamento pubblico e ai rimborsi elettorali, di cui oggi si è fatto uso e – mi dispiace – molte volte, abuso. Ma imporre regole non può voler dire eliminare il problema cancellando il finanziamento, ammettendo così di essere un Paese incapace di autoregolamentarsi, perché se aboliamo il finanziamento pubblico resterà solo quello dei privati. Io non ho mai conosciuto mecenati della politica. I privati si aspetteranno sempre, più o meno legittimamente, di ricevere qualcosa in cambio.
Senza considerare che in un periodo di crisi economica come quello che stiamo vivendo sono proprio i più deboli
quelli che hanno bisogno di un più forte sostegno politico, ma sono anche quelli che hanno meno da donare a chicchessia e figuriamoci ai partiti. Anche questo sarà un modo per falsare le regole del gioco della libera competizione democratica. Per questo motivo la posizione dei deputati e della deputata socialista è, e rimane, quella rivolta ad un responsabile finanziamento pubblico alle forze politiche, garantendo controlli serrati e regolari registri, affinché ogni centesimo di euro dato e poi speso dai vari partiti sia trasparente e tracciabile.
Occorre avere il coraggio di affrontare il problema in maniera seria e responsabile, senza nascondere la testa sotto la sabbia, perché il rischio che si paventa è che tra qualche anno, sommersi di «azionisti della democrazia», rimpiangeremo quel brutto, ma sano, sistema di finanziamento pubblico, e noi, Cassandre inascoltate, a ricordare: «Ve lo avevamo detto!». Il finanziamento pubblico ai partiti nel 2013 è costato nel nostro Paese 91 milioni di euro, più o meno 1 euro e 50 centesimi a testa, poco più del prezzo di un caffè. Onorevoli colleghi, sono certo che anche per voi la democrazia valga più di un caffè

Quousque tandem abutere, Silvio, patientia nostra? Come Cicerone a Catilina


di Antonella Soddu

Il grande accordo costituzionale non è un’alternativa al voto, ma la strategia dell’eterno rinvio, ormai intollerabile per il paese. – Cosi, disse, nel lontano 10 Gennaio 1996,il cavalier Silvio Berlusconi poi, disse anche tante altre cose. come ad esempio – “ scegliendo la riforma della Costituzione abbiamo cercato di dare a tutti gli italiani il sentimento di avere nelle istituzioni la sicurezza della libertà” – era il 28 gennaio 1998 e, ovviamente a rileggere queste parole se non sapessi chi fu a pronunciarle trarrei gioco forza la deduzione che sia stato un grande uomo distato che ha rimesso in piedi il suo paese. Cosi non è. Infatti, abbiamo tutti sotto gli occhi e sotto il naso, il gran bluff di vent’ anni di belle parole e pochi fatti. Oggi, son sicura, a rileggere queste sue stesse parole il cavaliere, proposto anche come patrimonio dell’ unesco da alcune sue veraci seguace in punta di tacco, direbbe che son parole di sinistra, dei comunisti per l’esattezza. E allora, proseguendo la lettura delle sue innumerevoli dichiarazioni,trovo anche questa – “Un governo che finga di governare al solo fine di durare è la cosa peggiore che possa capitare ad un paese”7/10/1998 – e penso che comunque non può esser un frase pronunciata da un irresponsabile politico che pensa a se stesso, no,perché ovviamente lui, oggi, è il vero ispiratore di questo governo di larghe intese che non è l’espressione della volontà del popolo per cui, è proprio certo, il cavaliere, d’aver sempre voluto realizzare il suo programma di riforme meglio riassunto in questo modo? -“ Vogliamo delle riforme di cui esser orgogliosi, non delle riforme di cui doverci scusare con gli italiani”. 27/05/1998- Il riportare qui queste dichiarazioni ha uno scopo preciso, quello di comprendere meglio quanto tempo abbiamo perso, quante occasioni mancate, e quanto danno è stato fatto al nostro paese e, io responsabili sono tutti coloro che non hanno saputo contrastare un’egemonia politica/comunicativa a senso unico. Di questo n’abbiamo avuto ampia conferma durante l ’appena trascorsa campagna elettorale. La sinistra ha perso la più importante delle occasioni per mettere un punto definitivo a questi ultimi vent’anni opachi e virali. Perché, attenzione, questi vent’anni sono e saranno virali per lungo tempo a cominciare dalla questione decadenza, proviamo anche solo per un attimo ad immaginare quali conseguenze potrebbe avere un’eventuale decisione della corte di giustizia europea di accogliere il ricorso di Berlusconi e conseguentemente pronunciare una sentenza in suo favore. Sarebbe come decretare per un altro ventennio la disfatta totale della sinistra già di fatto precaria e inconcludente. Eppure quelle parole su scritte pronunciate dal cavaliere, son sicura, son parole che tutti potremo e possiamo condividere oggi e forse anche più di allora, ma, purtroppo quelle parole rimarranno foglie trasportate dal vento se nessuno trova il coraggio si rinnovare e proporre valide alternative. Allora,per finire, uso nuovamente una citazione del cavaliere – “la democrazia non consente mai, in nessun caso e per nessun motivo,che il corpo delle istituzioni si ribelli alla sua matrice, a quel corpo elettorale che, solo, conferisce legittimità alle istituzioni sovrane e so che non tollera di esser vilipeso, tradito, sbeffeggiato e ingannato dalla politica di Palazzo”- che in poche parole è quello che ci siamo ritrovati a sopportare in questi lunghi vent’ anni complice, davvero, una sinistra inconcludente. Prendiamo atto delle belle parole che mai furono applicate per il bene di una nazione giunta allo stremo a causa di capricci deleterie al limite del masochismo. E, per dirla tutta, usando le parole di Cicerone – “Quousque tandem abutere, Silvio, patientia nostra?”

Silvio Berlusconi
Silvio Berlusconi (Photo credit: Wikipedia)

Sprechi di casta: E gli altri sprechi?


di Antonella Soddu

Quando si tratta di  alzare la voce contro gli sprechi  della casta, spesso si cade nell’ottica   di quegli  sprechi individuati  solo ed esclusivamente  negli alti  stipendi della casta  e nei costi  ad essi conseguenti. C’è dell’altro che  per chi sa quale    strano motivo   noi  italiani  non sappiamo  ( o forse   non vogliamo  sapere )   perché non è dato    sapere  o considerato poco    rilevante ai  fini  mediatici. E allora ?  Semplice basterebbe andare un po  a vedersi  i documenti attestanti   la volontà di deputati, senatori e personale    tutto compreso di portar   soluzioni  a  quelli che veramente sono sprechi  vergognosi  anche data  la conseguenza  che ne scaturisce in termini  occupazionali. Il  primo documento che  valutiamo  è questo.  In breve. si tratta di un documento presentato   dal Senatore Psi  Enrico Buemi  ai Ministri dei beni e delle attività culturali e del turismo, dell’economia e delle finanze e per la pubblica amministrazione e la semplificazione, come sotto esposto:

Atto n. 4-00567  http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=17&id=706987

Pubblicato il 17 luglio 2013, nella seduta n. 69

BUEMI – Ai Ministri dei beni e delle attività culturali e del turismo, dell’economia e delle finanze e per la pubblica amministrazione e la semplificazione. –

Premesso che:

da numerosi articoli di stampa pubblicati negli ultimi giorni, è emerso che presso il Ministero per i beni e le attività culturali c’è un alto numero di dipendenti occupati a svolgere mansioni poco impegnative, oltre che inutili. Eppure, ci sono musei che rischiano di chiudere per mancanza di personale;

è stato lo stesso Sottosegretario di Stato, dottoressa Borletti Dell’Acqua, a denunciare gli sprechi affermando: “Gli uscieri sono addetti a dirmi solo buongiorno quando arrivo e buonasera quando me ne vado. Per farlo, sono almeno in quattro: due al mattino, due a fine orario”;

vengono loro affidati compiti quali fare fotocopie, spostare pratiche, annunciare qualche ospite e nulla di più. Va detto subito che gli uscieri del Ministero hanno voglia di lavorare, ma a quanto pare è proprio il lavoro che manca, tanto che a volte lo inventano, come, ad esempio qualcuno ha messo su una sartoria ambulante nel caso in cui si strappi una giacca o un pantalone;

il Sottosegretario ha provato a riposizionare i dipendenti, chiedendo se fosse possibile spostare queste persone al museo di palazzo Venezia dove c’è carenza di custodi, ma le è stato risposto che non sarebbe possibile “per ragioni sindacali”;

tenuto conto che la Confederazione italiana sindacati lavoratori, in seguito alle dichiarazioni del Sottosegretario, ha replicato dicendo che, da tempo, è stato chiesto un percorso di riorganizzazione del Ministero e ad oggi non risulta alcuna disposizione per razionalizzare l’impiego delle risorse umane, né alcun progetto di formazione per un loro utilizzo più appropriato,

si chiede di sapere se i Ministri in indirizzo ritengano di dover affrontare, al più presto, in una prospettiva ampia, l’annoso problema degli organici del Ministero in particolare e della pubblica amministrazione in generale, mettendo in atto piani di formazione e qualificazione continua del personale in servizio, al fine di garantire la tutela del personale stesso, razionalizzare la distribuzione delle risorse e ottimizzare l’organizzazione.

Primarie centro sinistra. Simona Atzeni, Psi, ha presentato il suo programma.


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di Antonella Soddu

Tempo di primarie per il centro sinistra, anche in Sardegna. Infatti, queste, si terranno il 29 Settembre e vedranno in campo cinque esponenti, Francesca Barracciu, Roberto Deriu e Gianfranco Ganau del Pd, Simone Atzeni del Psi e Andrea Murgia, indipendente, autosospeso dal Pd dopo la mancata elezione di Prodi al Quirinale. Depositate le firme, tutte convalidate dal comitato dei garanti, il nostro compagno Psi Simone Atzeni ha, giovedì 5 Settembre presentato ufficialmente la sua candidatura e, cosa più importante, il suo programma per la guida della regione nel prossimo quinquennio.   Finora è l’unico candidato ad aver presentato delle serie e concrete proposte che, forse, i più potranno anche ritenere forti e impraticabili, cose per altro non vere se si valuta nel complesso la situazione economica/occupazionale della nostra isola che da decenni versa nel più completo stato d’abbandono e inerzia da parte di tutti gli esponenti che si sono susseguiti alla guida dell’amministrazione regionale.

In un situazione in cui tutti i candidati hanno voluto strafare, ricordiamo che la soglia minima di firme da consegnare al comitato dei garanti era di 5000 con la possibilità di arrivare al massimo a 5500, lo staff della deputata europea, Pd, Francesca Barracciu ha comunicato di averne raccolte oltre 24 mila, Ganau più di 10 mila e cosi via. Una prova di forza, come quelle tra Brutto e Braccio di Ferro. Il grande che vuole sempre sopraffare il piccolo, che alla fine dimostra di avere sul serio e concretamente i muscoli. Molti dei partiti storici alleati del Pd o facenti parte di questa coalizione hanno già bollato l’esultanza per il numero di firme raccolte come l’ennesimo atto di “prova di forza”. Ma, a Simone Atzeni bastano le sue 5887 firme. Le considera la vera forza per una stimolo verso le regionali 2014 e i suoi spinaci stanno tutti dentro il barattolo pieno di programma che lui dice – “Noi lo sottoponiamo ai Sardi perché sono loro che devono tornare ad essere protagonisti del futuro della Sardegna e per questo noi, io, socialisti siamo qui per presentare un programma chiaro e forte mirato al rilancio della nostra isola che ha tutti gli strumenti adeguati per poter raggiungere l’obbiettivo. Sottoponiamo il nostro programma anche agli altri candidati, lo leggano, lo studino, e ne facciano un programma condiviso e attuabile per i prossimi cinque anni” – In Sardegna si parla da anni della cosiddetta Zona Franca, e par strano se non almeno inutile proporla ancora in questa fase di fine legislatura e tra le altre cose in un contesto delicato come quello attuale, ebbene, dice ancora Atzeni – “La zona franca? «Sì, del lavoro. Molto semplice e soprattutto efficace: venire incontro ad imprenditori e artigiani che vogliono assumere facendogli risparmiare un bel po’ d’oneri. Esempio: su mille euro che entrano nelle tasche di un dipendente, il datore ne paga altri 850 tra tasse e contributi vari, vale a dire l’85 per cento. «La mia proposta è questa: scendiamo al 35 per cento e la differenza la dà la Regione». – Allo stato attuale non è ancora dato, ai Sardi, di conoscere le proposte della candidata Pd Francesca Barracciu, di fatto indicata anche come possibile nuovo Governatore della Sardegna, classico errore, quello di cantar vittoria facendo affidamento solo sui numeri, che pare non abbia ancora insegnato nulla a molti esponenti del Pd. I Sardi sono stanchi di contare e far le tabelline nelle percentuali, vogliono parole chiare e azioni concrete e, sicuramente in questo contesto si colloca la candidatura, e soprattutto il programma di Simone Atzeni che, ci è andato tosto, Giovedì, nel corso della conferenza stampa di presentazione del programma, una sorta d’ottima ma semplice e chiara lezione d’economia che ha messo tutti i presenti in sala, giornalisti e pubblico compreso, dinanzi ad un programma ineccepibile – “A me non interessa uno scontro di muscoli, cioè tra chi presenta più firme. Voglio una sfida di cervello. Vale a dire programmi per governare la Sardegna che il Psi vuol portare al tavolo del centrosinistra. Atzeni riparte dal lavoro, il grande buco nero dell’economia sarda che ha percentuali di disoccupazione peggiori della media nazionale. Per incoraggiare le imprese ad assumere la Regione potrebbe mettere in conto 2,7 miliardi, risorse, spiega Atzeni, reperibili nelle pieghe del bilancio regionale alla voce “spese improduttive”. Possono anche essere recuperati dalla vertenza entrate con lo Stato: anziché andare a Roma con il cappello in mano, ci presentiamo con una proposta seria di riforma del mercato del lavoro, non potranno dirci no se usiamo proposte serie che possono nel frattempo anche esser vantaggiose per lo stesso stato centrale.”. Nel programma del candidato del partito socialista tutte idee innovative che hanno anche lo scopo di dare valore all’identità dei sardi. Un programma che contiene pacchetti per l’agricoltura ravvisabile nella proposta di defiscalizzazione di tutte le aziende, non solo quelle giovanili.  Proposte per le imprese, quali, per esempio, i distretti industriali con servizi in comune per le piccole imprese e, in questo contesto, propone Atzeni, – “si deve anche avere il coraggio della selettività”.   Il programma ha nei contenuti anche valide proposte per il comparto energetico, proposte valide e rivoluzionarie come la proposta proposta-energia, cioè la costituzione di una «rete sarda» di distribuzione alimentata da eolico e solare installato nelle case. E per i trasporti, la carta che può cambiare è quella della tariffa unica per tutti.  Insomma, nel giorno in cui tutti i candidati del patto, tre del Pd, un socialista e un indipendente, si presentano, uno solo non bada ai numeri e alle percentuali, propone fatti e non semplici parole. Riusciranno gli altri  candidati a  sedersi  ad un tavolo di discussione  per l’attuazione del su citato  programma?  Per ora Atzeni  va AVANTI  con lo slogan Simone Atzeni  Presidente – La Sardegna siamo  Noi.