I NOSTRI SUGGERIMENTI DI LETTURA


Michele Centrone – Tra vecchio e nuovo mondo – Anarchici pugliesi in difesa della libertà spagnola

Categoria: Elenco Libri
Autore: Mario Gianfrate
Editore: SUMA Editore
Pagine: 168
Prezzo: € 15,00
ISBN: 978-88-96310-26-7
Anno: 2012
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Recensione
L’anarchico Michele Centrone

“Di aspetto di bassa statura, magro, intransigente – infatti è un individualista – ma non settario”. E’ Michele Centrone, anarchico di Castellana, così descritto nel giornale clandestino di New York Adunata dei Refrattari.

Un personaggio, che ora emerge nella sua identità di uomo e di militante, sia dagli archivi dello Stato italiano che da quelli della F.B.I., la polizia federale americana, grazie alla tenacia di due ricercatori: il pugliese Mario Gianfrate e l’americano Kenyon Zimmer. L’uno storico, scrittore, autore di testi teatrali e direttore di questa testata; l’altro professore di storia all’Università del Texas specializzato in storia dell’emigrazione e del radicalismo.

Michele Centrone, un falegname, nato a Castellana il 30 dicembre del 1879, dopo una vita passata da fuggiasco tra vecchio e nuovo continente, perseguitato dalle polizie europee e americane, nel luglio del ’36 fu tra i primi ad accorrere in Spagna per sostenere la legittima lotta dei repubblicani contro i fascisti di Franco. Si arruolò nella Colonna Ascaso, costituita da 130 volontari, tra esponenti di Giustizia e Libertà, massimalisti, repubblicani e soprattutto anarchici. A Monte Pelato, tra Saragozza e Hesca il 28 agosto 1936, si tenne il battesimo di fuoco, il primo vero fatto d’armi partigiano degli italiani nella guerra europea che finì nove anni dopo. In quella prima battaglia (erano 130 contro 600 franchisti ben equipaggiati) caddero sei combattenti italiani tra cui Michele Centrone; in maniera lieve fu ferito Carlo Rosselli. Il fiero falegname di Castellana fu “colpito dalla mitraglia nel mezzo della fronte – scriverà Camillo Berneri – là dove la tenerezza materna depone i suoi baci”. L’età anagrafica era di 57 anni, ma il suo cuore era di giovane, come sempre giovane rimane il cuore di chi crede e lotta per una fede, un ideale.

Il libro “Michele Centrone – Tra vecchio e nuovo mondo – Anarchici pugliesi in difesa della libertà spagnola”, stampato da Suma Editore e scritto a quattro mani da Gianfrate e Zimmer, oltre a raccontare la vicenda del falegname di Castellana, fa il punto sul movimento anarchico in Puglia che risentì delle autorevoli e carismatiche influenze del barlettano Carlo Cafiero e del tranese Emilio Covelli.

Un altro pregio del libro è che delle 160 pagine, esattamente la metà riproducono documenti di altissimo pregio storico. In appendice sono riportate brevi note biografiche sugli anarchici pugliesi che parteciparono alla guerra civile di Spagna. Curiosità: di Castellana c’era anche un altro anarchico che partecipò nella penisola Iberica, Camillo Lanzillotta detto “Lancillotto”. I due compaesani in Spagna, però, non si incontrarono. L’epilogo del libro è alquanto sconvolgente: rivela la feroce repressione degli anarchici da parte di Stalin. Ci furono più di cinquecento vittime e a migliaia finiranno in carcere; uno spietato processo inquisitorio al quale, scrivono gli autori, “non è estraneo Togliatti, uomo del dittatore russo in Spagna”.

A impreziosire il lavoro già di suo autorevole sotto il profilo filologico e documentario contribuisce, oltre alla presentazione di Gianvito Mastroleo presidente della Fondazione “Di Vagno”, anche un saggio di Nicola Colonna che, in poche paginette riesce a sintetizzare il pensiero dominante e le variegate posizioni con scontri conseguenti, spesso laceranti, all’interno della galassia socialista dalla metà dell’Ottocento fino agli anni Trenta del Novecento, una stimolante lectio magistralis.Immagine

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IL CAVALIERE IN PARLAMENTO NON SI SENTE A CASA. RECORD DI ASSENTEISMO.


ANTONELLA SODDU – Che ci sta a fare Berlusconi tra i banchi del Senato della Repubblica? Lasciamo per un attimo da parte la sua condanna e tutto il dibattito politico/giudiziale mediatica di questi mesi perché, non son giorni che se ne parla, son mesi, sinceramente noi italiani, pinco pallino qualunque, possiamo anche legittimamente affermare che n’abbiamo i borsellini pieni dopo che questi sono perennemente vuotati di prospettive economiche per un dignitoso futuro. Cosa è stato eletto a fare il Senatore Silvio Berlusconi? – Per niente – la conferma l’abbiamo nel riscontrare la sua palese assenza nei termini del numero 1023.

Cosi sono, sì perché lui è stato presente in aula solo 1 volta su 1024 – Evidentemente egli stesso ritiene che la sua presenza in aula non sia necessaria per lo scopo di legiferare, proporre, modificare, attuare quelle riforme necessarie al paese, di cui il suo giocattolo/partito si riempie la bocca, e perciò invece è più importante la sua agibilità politica. Aldilà della decadenza o meno, partendo dal presupposto che lì, in quelle aule, si va a lavorare su tutte quelle cose che dovrebbero esser nell’interesse del paese, ci sorge lecita la domanda – vi è o no un’inadempienza del lavoratore della Repubblica Berlusconi? Andando a ben leggere il regolamento del senato ci duole prender atto che, nei 167 articoli contenuti e nelle disposizioni finali, non vi è nessuna disposizione in merito a sanzione e/o procedimenti da adottare verso coloro che ingiustificatamente si assentano dai lavori dell’aula.

Quindi non si potrebbe, su di lui, adottare il provvedimento del licenziamento disciplinare per giusta causa nei termini che sono quelli del recesso intimato dal datore di lavoro per la violazione di una prescrizione – contrattuale o non – di diligenza e più in generale, per la violazione di una regola di comportamento la cui conseguenza determina che il datore di lavoro addebita al lavoratore la colpa da cui scaturisce il licenziamento per giusta causa. In tal senso, tornando un po’ indietro e riandando a leggere il 167 articoli che costruiscono il regolamento del Senato, trovo due articoli importanti. L’articolo 2 – I Senatori hanno il dovere di partecipare alle sedute dell’Assemblea e ai lavori delle Commissioni. L’articolo 62 (1) – Congedi – comma 1 Un Senatore può mancare alle sedute dopo aver chiesto per iscritto congedo al Presidente, il quale, in principio d’ogni seduta, da comunicazione dei congedi all’Assemblea. Comma 2 – Viene sempre affissa nell’Aula una nota dei congedi. Il primo, l’articolo 2, potremmo benissimo collegarlo al termine diligenza/dovere la cui violazione nell’ambito lavorativo contrattuale o non, determina, da parte del datore di lavoro, l’attribuzione di una colpa al lavoratore.

Chi è il datore di lavoro di Berlusconi? In un contesto più ampiamente allargato potremmo affermare che i sui datori di lavoro sono i suoi dieci milioni d’elettori, nel contesto ristretto di rapporto diretto lavoratore e datore di lavoro il suo si ravviserebbe nel presidente del senato. Un lavoratore “normale” quando si assenta dal lavoro deve produrre un giustificato motivo e, nel caso d’assenza per malattia, un certificato medico che ne attesti questa. Nel caso anche la prolungata assenza per malattia oggi, e in alcuni casi, ha determinato il licenziamento per giusta causa. Quando un lavoratore chiede permesso e/o congedo parentale, deve portare giustificazioni plausibili. Rileggendo l’articolo 62 del regolamento del senato troviamo appunto – “Un Senatore può mancare alle sedute dopo aver chiesto per iscritto congedo al Presidente”. Supponiamo, dunque, che il Senatore Berlusconi Silvio abbia preventivamente chiesto per iscritto. Purtroppo, per chi sa quali motivano, non ci è dato saperlo, possiamo solo immaginarlo, come abbiamo detto prima, il regolamento del Senato, non prevede la procedura di verifica sulle prolungate assenza dai lavori ne sanzioni disciplinari in tal senso.

Ci piace solo sottolineare una regola precisa – “violazione di una prescrizione – contrattuale o non – di diligenza e più in generale, per la violazione di una regola di comportamento” – forse non adottabile ma nel contesto e nel contenuto certamente la più idonea a decretarne la decadenza più d’ogni altra vicenda. La produttività di un lavoratore è o no il fulcro del buon andamento dei un’azienda? Se Berlusconi stesso, o chi per lui, avesse la percezione che un suo dipendente si assentasse in maniera prolungato dal posto di lavoro, quale conseguenza adotterebbe? In tal senso, tocca l’argomento produttività, il comma 7 dell’articolo 53 ( 1 ) – Programma dei lavori – vi è esplicitamente indicato – “I Regolamenti interni dei Gruppi parlamentari stabiliscono procedure e forme di partecipazione che consentono ai singoli Senatori di esprimere i loro orientamenti e presentare proposte sulle materie comprese nel programma dei lavoro o comunque all’ordine del giorno.

Cosa ha espresso il Senatore Berlusconi dal data della sua elezione ad oggi? Quali proposte ha presentato nell’ordine del suo mandato? Bene inteso, aldilà del nome Berlusconi, tale discorso vale per qualsiasi altro deputato o senatore della Repubblica Italiana.

Non è la consistenza dello stipendio parlamentare in sé che va rivisto, è importante e urgente adottare quelle norme che regolano la presenza o l’assenza in aula per i lavori. Altrimenti, scusate, perché li chiamano lavori parlamentari?”

pubblicato anche su Alganews  blog giornale online di Lucio  Giordano

Cécile Kyenge può essere molto di più che il primo ministro italiano di colore


di  Guido Melis

Vorrei che questa nota non fosse equivocato. Dico in premessa (non ce ne sarebbe bisogno, per chi mi conosce) che sono senza “se e senza ma” al fianco di Cécile Kyenge. Solidale con lei e d’accordo sul suo programma. Indignato (ed è dir poco) per gli attacchi dei quali è quotidianamente fatta oggetto. Nulla è più odioso di questo razzismo all’italiana, ammantato di ipocrisia. E del gioco delle parti che si svolge sotto i nostri occhi: un giorno più e l’altro pure qualche celebroleso la spara grossa contro la ministra: poi comincia il balletto stucchevole delle solidarietà pelose. Gasparri, che in queste manfrine è campione olimpionico, dichiara subito che non si deve insultare Cécile (perbacco!), ma insomma, che ciò non toglie che la si debba criticare per le sue idee abrogazioniste. E giù una brava sequela di scemenze sullo ius sanguinis contrapposto allo ius soli. Con Gasparri si muove tutta la truppa scelta dei gasparrini di complemento, ed è un coro di “si, va bene, hanno esagerato ma però..”.
Ne abbiamo le tasche piene. E abbiamo le tasche piene del silenzio del governo. Gli attacchi sono tanti e così in serie che non bastano le pur nobili parole di Enrico Letta. Pannicelli caldi. Ci vuole (ci vorrebbe) una presa di posizione del consiglio dei ministri, senza distinzione di partiti d’origine. Un documento politico unitario che riaffermi le linee del programma Kyenge, e faccia vedere agli italiani che la ministra non è sola, che si muove come rappresentante di un governo. Perché i ministri, lo dice anche il diritto costituzionale, non esprimono una linea personale, ma una linea concordata e comune all’esecutivo di cui fanno parte.
E qui casca l’asino (senza allusioni al già citato Gasparri). Perché il governo non è affatto solidale: tace, parla d’altro, si volta dall’altra parte. E perché Cécile non esprime evidentemente una linea comune ma la “sua” linea.
Del resto Letta lo disse a chiare lettere all’atto della discussione in Parlamento della sua prima fiducia: la cittadinanza (lo ius soli) non è tra i punti concordati nelle larghe intese. Larghe sì, ma non tanto da ammettere che un bambino nato in Italia è italiano anche se figlio di immigrati.
Cécile non esprime una linea di governo. E’ un ministro-simbolo, messo lì per indicare una prospettiva, incarnare una speranza, una via tutta da percorrere. Ma per il futuro (forse, se ne esisteranno le condizioni). Un po’ un feticcio, verso il quale si indirizzano gli strali razzisti e nei cui confronti si convogliano le solidarietà virtuose di noi tutti. Ma politica concreta non ce n’è. Cosa ha potuto fare sinora Cécile? Niente, o poco meno. Dove sono i suoi provvedimenti calendarizzati in Parlamento? Non ne conosco nessuno.
Si discute, ci si appassiona, ci si schiera. Tutto ottimo: è bene che il razzismo esca allo scoperto e venga condannato da tutti, a cominciare dal Papa. Ma il programma di Cécile resta al palo. Il ministro-simbolo è, appunto, solo un simbolo: sola, drammaticamente sola. La sua politica poteva essere uno dei perni di un governo illuminato, giacché l’immigrazione è e resta una risorsa fondamentale per uscire dalla crisi e avviare la ripresa. Siamo un Paese demograficamente depresso: come faremo a sopravvivere, se non potenziando la leva dell’immigrazione? Questo è il punto cruciale, e di questo punto cruciale nell’azione del governo Letta non se ne vede l’ombra.
Aggiungo sommessamente una piccola osservazione (Cécile non la prenda per una critica): l’immigrazione non è solo africana; e il razzismo non è solo contro gli africani. Io mi sono occupato e ancora un po’ mi occupo per l’Isiamed dei romeni in Italia: 1 milione (un quarto degli immigrati regolari), i più integrati nel lavoro, i più mescolati nei matrimoni misti, i più presenti coi loro bambini nelle scuole. Una grande componente sociale che potrebbe fare molto, se integrata meglio, messa alla pari effettivamente, incoraggiata a partecipare alla vita politica e civile (sono comunitari e votano alle amministrative). Ebbene nulla, o quasi, è stato fatto in questi mesi verso di loro. Neanche ripristinare la associazione di amicizia interparlamentare che tanto bene ha operato nella scorsa legislatura.
Perdiamo tempo nella guerriglia degli “oranghi”, insomma, inseguendo le stronzate indegne dei vari leghisti al centro come in periferia, ma intanto una politica che tagli l’erba del razzismo, che colpisca i baluardi razzisti ancora in piedi, non la si fa, non la si concepisce. Un programma, fatto anche di cose piccole (per esempio una legge che consenta ai cittadini stranieri comunitari di votare senza doversi iscrivere nell’album speciale: piccolissima riforma possibile con nessuna spesa), non lo si persegue.
Alla fine, quando il governo Letta cadrà, avremo all’attivo poco o niente. Salvo le sofferenze di Cécile Kyenge, utilizzata come il bersaglio di tutti gli insulti.
Ma questo non è solo un problema di Cécile: dovrebbe occuparsene il Pd, che l’ha espressa (Livia Turco, se ci sei batti un colpo), e Letta che l’ha voluta ministra. Non sprechiamo Cécile: può esser molto di più che un ministro di pelle nera.

 

 

pubblicato  anche  su  Onde Corte portale di informazione critica