Il caso di Budelli, un tesoro ancora una volta in vendita


L’isola che c’è 

Manlio Brigaglia

Chi comprerà Budelli? L’appuntamento è fissato per il 1° ottobre al tribunale di Tempio, che ripeterà l’esperimento di vendere all’asta una delle più belle isole del Mediterraneo: delle più belle e delle più piccole: una delle sette isole dell’Arcipelago della Maddalena, sparpagliato fra la Sardegna e la Corsica, così vicino all’una e all’altra che a lungo si è discusso a quale delle due isole maggiori appartenesse dal punto di vista geografico. Sicché un nome molto giusto fu quello usato nel Settecento, quando le si chiamava Le Isole Intermedie: totalmente spopolate, tranne incursioni stagionali di pastori di San Bonifacio a cercare pascolo per le loro greggi (Caprera non è un nome casuale). A quel punto erano considerate proprietà – come per una lunga usucapione – della comunità di Bonifacio: ma nell’ottobre del 1757, all’indomani della Guerra dei Sette anni, con la Francia (che già aveva Corsica e dintorni nel suo mirino) ancora in affanno per le vicende belliche e Genova, che vi aveva installato nei secoli famiglie potenti e porti di commercio, impegnata a sedare la testarda resistenza dei Corsi, il viceré “sardo” (cioè del Regno di Sardegna, che dal 1720 possedeva l’isola) imbarcò 40 soldati su un felucone, che fece il tratto di mare che ora i traghetti fanno in dieci minuti, sbarcò alla Maddalena e dichiarò l’Arcipelago annesso allo Stato sardo-piemontese. Nell’arcipelago c’erano 111 pastori corsi, che reagirono al colpo di mano con molto pragmatismo: gli archivi posseggono due lettere scritte quasi contemporaneamente dal capo della temporanea colonia corsa, una al conte di San Bonifacio in Corsica, per proclamargli intatta fedeltà, una al re di Sardegna per genuflettersi come sudditi.

L’isola principale, diventata nel tempo una piazzaforte marittima del Regno, cominciò ad essere abitata; Caprera fu scelta nel 1855 come buen retiro di Garibaldi, e cominciò una vita tutta sua, aperta al mondo intero. Le altre cinque isolette rimasero deserte. Di Budelli si conosceva, addirittura sino a una cinquantina d’anni fa, una straordinaria risorsa: la fioritura, fra maggio e giugno, di vaste praterie di “porcellana di mare” (nome scientifico Halimione sportulacoides) i cui fiori si rivelarono uno straordinario alimento: i commercianti di bestiame della Maddalena e della costa gallurese vi portavano i loro buoi (i piccoli e denutriti buoi galluresi), in poche settimane tornavano grassi e di pelle lucida sul mercato. Ma per il resto dell’anno piccole piane, scogli e due splendide spiagge (in tutto 1,600 chilometri quadrati) restavano deserti, salvo un vero e proprio esercito di conigli, i cui plotoni si vedevano saltellare allegramente di macchia in macchia sino a qualche decennio fa. Aveva avuto ragione Plinio a chiamarle tutte insieme Insulae cuniculariae, le isole dei conigli.

All’inizio del Novecento Budelli apparteneva a una ricca famiglia maddalenina, famosa per la poco meno che leggendaria bellezza delle sue donne (una di loro fu la madre di Franco Solinas, uno dei più grandi scrittori di cinema italiani). Verso il 1950, quando si cominciava a delineare un qualche valore turistico della Sardegna, l’isola fu acquistata da un ingegner Tizzoni, milanese, mentre si cominciava a favoleggiare della creazione di villaggi turistici in tutto l’Arcipelago (qualcuno ce ne fu: il primo fu il Village Magique di Caprera, cui seguirono a breve quelli del Touring Club Italiano e del potente Club Méditerranée e infine altri di varia ventura). Divenne subito chiaro che tutto quel territorio era inedificabile. Già nel 1992 Carlo Ripa di Meana firmava da ministro uno dei diversi decreti impegnati a difendere l’isola coma Natura l’aveva fatta: una breve piattaforma di granito, dove la macchia mediterranea di cespugli ed erbe marine profumate (ci sono 700 varietà vegetali, di cui 50 specie endemiche, cioè che nascono solo lì: ma la regina è l’elicriso, il cui aroma alita su tutto l’arcipelago) è rasa tutto l’anno dal salino del mare e dalle bufere di maestrale. C’è anche un piccolo rilievo, sui cento metri, che si chiama Monte Budello. La creazione del Parco Nazionale dell’Arcipelago (1990) non è riuscita a mettere fine ad un uso turisticamente scorretto e rapinatorio di questa meraviglia, ha messo un freno robusto a ogni futuro progetto di colonizzazione. Così a febbraio scorso una società milanese con sede a Lugano, proprietaria di Budelli, fu dichiarata fallita e l’isola messa all’asta. Non si presentò nessuno, a ottobre si ripete.

Budelli non è un’isola qualunque. Ma deve la sua fama a una sequenza cinematografica: quella girata nel 1964 da Michelangelo Antonioni per il suo Deserto rosso. C’è una bambina bruna e bella, tra i nove e i dodici anni (tolgo dal recentissimo libretto di Antonella Anedda, Isolatria. Viaggio nell’arcipelago della Maddalena, Laterza), che corre sulla spiaggia, nuota nel mare, si sdraia sulla sabbia. La spiaggia è la famosa Spiaggia Rosa: si chiamava così perché nel punto in cui l’onda tocca la terra si è disegnata nei secoli una linea di quel colore, fatta di milioni di minutissimi bioclasti (dicono gli scienziati) derivanti dalla frammentazione di foraminiferi, insomma di microscopici granelli tutti rosa. Ora la Spiaggia Rosa, famosa in tutto il mondo, non è più rosa. Migliaia di turisti depositati qui da barconi come in un D-Day distruggitore, hanno saccheggiato la sabbia, portata via come souvenir. Mia nipote, milanese di dieci anni, ricorda: “Ci sono stata anch’io in barca, tutte le signore si riempivano la borsa di rena”. Il Parco, che ci ha messo una selva di divieti (a farcisi il bagno, a scendere dalle barche) e ci fa diligente sorveglianza, ha lanciato un appello per trovare i tre milioni di euro (2.945 mila, per l’esattezza) che ci vogliono per comprare l’isola: la Regione sarda e lo stesso Stato potrebbero espropriarla. Ma il danno è irreparabile. Eleggiamo la storia di Budelli e della sua spiaggia a monumento delle mille rapine che il turismo ha messo a punto da queste parti.

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