Cosi va il mondo, piaccia o non piaccia


di Guido Melis

A Roma, se passi verso le 8 del mattino per piazza Vittorio, incontri i bambini cinesi che vanno all’asilo, uguali a quelli italiani, fiocco al collo e grembiulino bianco, il cestino della merenda in mano. Nel bar dove faccio colazione (che sino all’anno scorso era di un simpatico signore ogliastrino) vendono ancora le papassine sarde fresche e il pane carasau prodotto nel Nuorese. Solo che adesso il proprietario è un cinese, di un grande sobborgo nell’area di Shangai. Ha due figlie, Ilaria e Ilenia, avranno 16 anni, gentilissime e efficienti: una esce con un ragazzo romano. Così va il mondo, che piaccia o non piaccia a Federico Camon, che ieri ha sostenuto sulla “Nuova” che un bambino nato in Italia, cresciuto in Italia, istruito in Italia, un domani laureato o diplomato in Italia, non potrebbe – chissà perché –  essere considerato italiano.

Intanto giova uno sguardo alle statistiche. Gli immigrati regolari erano in Italia, quinto paese in Europa per accoglienza stranieri, 2 milioni e 600 mila nel 2005, oggi sono il doppio, 4 milioni e 200 mila. Costituiscono il 7% della popolazione e, se reggiamo ancora al pauroso calo demografico e all’invecchiamento disastroso della nostra forza lavoro, è grazie all’immissione di queste forze fresche, l’unica speranza di poter pagare domani la pensione ai nostri vecchi. Producono, da soli, il 4% del PIL. L’1% è lavoro romeno, essendo quella comunità la più numerosa (circa 1 milione di persone). Gli altri marocchini, albanesi, cinesi, senegalesi. Svolgono mansioni essenziali (e non solo la raccolta dei pomodori o il lavoro delle badanti, ma anche attività d’impresa, come dimostrano i dati. I matrimoni misti (stranieri con ragazze italiane o viceversa) sono in irresistibile ascesa. Quelli contratti tra il 1996 e il 2008 erano già circa 250 mila. Oggi sono molti di più. 50 mila persone ogni anno ottengono, con la legge attuale, la cittadinanza italiana. Oltre 570 mila figli di stranieri sono nati in Italia: giocano coi nostri figli, parlano l’italiano e i dialetti locale della zona dove vivono.

Capisco che non tutto sia rose e fiori. Come dice Giuliano Amato, le politiche dell’integrazione sono le più difficili, complicate come sono da fattori etnici, economici, religiosi, linguistici. Però sono anche inevitabili. Viviamo infatti – è quasi banale ricordarlo, ma evidentemente ancora necessario – nell’età della globalizzazione (nel villaggio globale), cioè del restringimento del mondo, della caduta dei confini, della fusione tra culture un tempo lontane, della comunicazione totale e istantanea. Siamo immersi tutti, chi più chi meno (ma siamo sempre di più) nella grande rete, dove con un semplice clic sul computer ti colleghi con chiunque. Tutto ciò comporta naturalmente molte contraddizioni, persino lacrime e sangue (basta vedere i patemi dei conservatori inglesi, che proprio in questi giorni cercano di arrestare il loro flusso alle frontiere, o le periodiche, rabbiose esplosioni della banlieu parigina), epperò al tempo stesso non lo si può affrontare ficcando la testa nella sabbia come gli struzzi. Ci vogliono politiche intelligenti, misuratori sui flussi d’entrata, monitoraggi costanti e regole per assicurare l’inclusione “dolce” dei nuovi venuti, molta istruzione, la giusta repressione dei reati (senza farsi prendere però dalle strumentali campagne emotive della destra) e il controllo costante del territorio. E tuttavia lì andiamo, caro Camon, e lo jus sanguinis (brutto termine che evoca foschi ricordi) ha già perduta la sua battaglia nei confronti dello jus soli, perché basta un grano di buon senso e bandire i pregiudizi per capire che la bimba cinese che è cresciuta nel negozio del padre sotto casa mia a Sassari parlerà sassarese e mangerà la fainè con lo stesso gusto degli involtini primavera. – Guido Melis

 

 pubblicato anche su  – La Nuova Sardegna, 9 agosto 2013

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