Procurade e Moderade


di Franzisca Faber

“Il tributo pagato da noi Sardi all’ Italia, è stato da sempre grandissimo. Non siamo capaci di far sentire la nostre proteste. Col nostro silenzio, stiamo permettendo agli speculatori, ancora una volta, di far scempio della nostra terra.”   di  Franzisca Faber

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Il caso di Budelli, un tesoro ancora una volta in vendita


L’isola che c’è 

Manlio Brigaglia

Chi comprerà Budelli? L’appuntamento è fissato per il 1° ottobre al tribunale di Tempio, che ripeterà l’esperimento di vendere all’asta una delle più belle isole del Mediterraneo: delle più belle e delle più piccole: una delle sette isole dell’Arcipelago della Maddalena, sparpagliato fra la Sardegna e la Corsica, così vicino all’una e all’altra che a lungo si è discusso a quale delle due isole maggiori appartenesse dal punto di vista geografico. Sicché un nome molto giusto fu quello usato nel Settecento, quando le si chiamava Le Isole Intermedie: totalmente spopolate, tranne incursioni stagionali di pastori di San Bonifacio a cercare pascolo per le loro greggi (Caprera non è un nome casuale). A quel punto erano considerate proprietà – come per una lunga usucapione – della comunità di Bonifacio: ma nell’ottobre del 1757, all’indomani della Guerra dei Sette anni, con la Francia (che già aveva Corsica e dintorni nel suo mirino) ancora in affanno per le vicende belliche e Genova, che vi aveva installato nei secoli famiglie potenti e porti di commercio, impegnata a sedare la testarda resistenza dei Corsi, il viceré “sardo” (cioè del Regno di Sardegna, che dal 1720 possedeva l’isola) imbarcò 40 soldati su un felucone, che fece il tratto di mare che ora i traghetti fanno in dieci minuti, sbarcò alla Maddalena e dichiarò l’Arcipelago annesso allo Stato sardo-piemontese. Nell’arcipelago c’erano 111 pastori corsi, che reagirono al colpo di mano con molto pragmatismo: gli archivi posseggono due lettere scritte quasi contemporaneamente dal capo della temporanea colonia corsa, una al conte di San Bonifacio in Corsica, per proclamargli intatta fedeltà, una al re di Sardegna per genuflettersi come sudditi.

L’isola principale, diventata nel tempo una piazzaforte marittima del Regno, cominciò ad essere abitata; Caprera fu scelta nel 1855 come buen retiro di Garibaldi, e cominciò una vita tutta sua, aperta al mondo intero. Le altre cinque isolette rimasero deserte. Di Budelli si conosceva, addirittura sino a una cinquantina d’anni fa, una straordinaria risorsa: la fioritura, fra maggio e giugno, di vaste praterie di “porcellana di mare” (nome scientifico Halimione sportulacoides) i cui fiori si rivelarono uno straordinario alimento: i commercianti di bestiame della Maddalena e della costa gallurese vi portavano i loro buoi (i piccoli e denutriti buoi galluresi), in poche settimane tornavano grassi e di pelle lucida sul mercato. Ma per il resto dell’anno piccole piane, scogli e due splendide spiagge (in tutto 1,600 chilometri quadrati) restavano deserti, salvo un vero e proprio esercito di conigli, i cui plotoni si vedevano saltellare allegramente di macchia in macchia sino a qualche decennio fa. Aveva avuto ragione Plinio a chiamarle tutte insieme Insulae cuniculariae, le isole dei conigli.

All’inizio del Novecento Budelli apparteneva a una ricca famiglia maddalenina, famosa per la poco meno che leggendaria bellezza delle sue donne (una di loro fu la madre di Franco Solinas, uno dei più grandi scrittori di cinema italiani). Verso il 1950, quando si cominciava a delineare un qualche valore turistico della Sardegna, l’isola fu acquistata da un ingegner Tizzoni, milanese, mentre si cominciava a favoleggiare della creazione di villaggi turistici in tutto l’Arcipelago (qualcuno ce ne fu: il primo fu il Village Magique di Caprera, cui seguirono a breve quelli del Touring Club Italiano e del potente Club Méditerranée e infine altri di varia ventura). Divenne subito chiaro che tutto quel territorio era inedificabile. Già nel 1992 Carlo Ripa di Meana firmava da ministro uno dei diversi decreti impegnati a difendere l’isola coma Natura l’aveva fatta: una breve piattaforma di granito, dove la macchia mediterranea di cespugli ed erbe marine profumate (ci sono 700 varietà vegetali, di cui 50 specie endemiche, cioè che nascono solo lì: ma la regina è l’elicriso, il cui aroma alita su tutto l’arcipelago) è rasa tutto l’anno dal salino del mare e dalle bufere di maestrale. C’è anche un piccolo rilievo, sui cento metri, che si chiama Monte Budello. La creazione del Parco Nazionale dell’Arcipelago (1990) non è riuscita a mettere fine ad un uso turisticamente scorretto e rapinatorio di questa meraviglia, ha messo un freno robusto a ogni futuro progetto di colonizzazione. Così a febbraio scorso una società milanese con sede a Lugano, proprietaria di Budelli, fu dichiarata fallita e l’isola messa all’asta. Non si presentò nessuno, a ottobre si ripete.

Budelli non è un’isola qualunque. Ma deve la sua fama a una sequenza cinematografica: quella girata nel 1964 da Michelangelo Antonioni per il suo Deserto rosso. C’è una bambina bruna e bella, tra i nove e i dodici anni (tolgo dal recentissimo libretto di Antonella Anedda, Isolatria. Viaggio nell’arcipelago della Maddalena, Laterza), che corre sulla spiaggia, nuota nel mare, si sdraia sulla sabbia. La spiaggia è la famosa Spiaggia Rosa: si chiamava così perché nel punto in cui l’onda tocca la terra si è disegnata nei secoli una linea di quel colore, fatta di milioni di minutissimi bioclasti (dicono gli scienziati) derivanti dalla frammentazione di foraminiferi, insomma di microscopici granelli tutti rosa. Ora la Spiaggia Rosa, famosa in tutto il mondo, non è più rosa. Migliaia di turisti depositati qui da barconi come in un D-Day distruggitore, hanno saccheggiato la sabbia, portata via come souvenir. Mia nipote, milanese di dieci anni, ricorda: “Ci sono stata anch’io in barca, tutte le signore si riempivano la borsa di rena”. Il Parco, che ci ha messo una selva di divieti (a farcisi il bagno, a scendere dalle barche) e ci fa diligente sorveglianza, ha lanciato un appello per trovare i tre milioni di euro (2.945 mila, per l’esattezza) che ci vogliono per comprare l’isola: la Regione sarda e lo stesso Stato potrebbero espropriarla. Ma il danno è irreparabile. Eleggiamo la storia di Budelli e della sua spiaggia a monumento delle mille rapine che il turismo ha messo a punto da queste parti.

Competition is competition


di Guido Melis

“Competition is competition”, dice un motto famoso. Le primarie sono state inventate (nell’Ottocento negli Stati Uniti) essenzialmente per scegliere liberamente. E sono “una competizione”, feroce e impietosa come tutte le gare vere. Tradotte in italiano diventano invece, grazie alla antica arte nostrana del compromesso, una forma ibrida, nella quale i partiti pretenderebbero di scegliere prima loro, per poi chiamare i cittadini solo a dire di sì. Primarie al guinzaglio, insomma.

Ma, si dice, le primarie dividono i partiti. L’unità del partito come bene supremo è un antico retaggio della Terza internazionale. Fu la parola d’ordine di Stalin per risolvere a suo modo i conflitti interni nel Pcus e persino il buon Kruscev, pochi mesi prima di denunciare i crimini del piccolo padre, se la prendeva, in nome dell’unità, contro trotzkisti e bukariniani. Da quel lontano deposito inconscio viene l’idea, anche in questi giorni in circolo nel dibattito sardo, che bisogna trovare, “prima”, candidati “unitari”. Paradosso eclatante: perché appunto, sono le primarie che servono a selezionare tra i molti un solo candidato “unitario”, frutto – guarda un po’ –  di una salutare e propedeutica divisione.

Nel Pd nazionale accade più o meno lo stesso. Molti nodi sono sul punto di giungere finalmente al pettine: quale tipo di partito vogliamo, nell’epoca di internet e della comunicazione istantanea? quale etica deve dettare le regole del nostro comportamento interno? come si selezionano i gruppi dirigenti? come si formulano le candidature? E soprattutto: quali contenuti deve avere la proposta politica vincente per l’Italia di oggi e di domani? Ci sarebbe tanta carne al fuoco da allestire un pantagruelico banchetto di idee, ma il timore diffuso della divisione interna, il mito dell’unità a tutti i costi, agiscono da freno inibitorio: ed ecco allora che Renzi divide troppo, Civati spaccherebbe i giovani dagli anziani, forse persino Barca è un  agente della scissione. Chiunque sfugge alla logica dei caminetti tra leaders di corrente (a proposito, si chiamano così anche d’estate? Non  sarebbe meglio chiamarli freezer, data la loro funzione congelatrice?) è colpevole del reato massimo: divide il partito.

Io, per me, mi chiamerei volentieri Massimo Comun Divisore. Penso infatti che molti guai della politica italiana e del Pd in particolare derivino dalla attitudine dominante al compromesso, che non essendo basato sul confronto franco e leale a colpi di votazioni, con maggioranze e minoranze riconosciute, viene sempre siglato al ribasso dalle correnti interne sull’unico terreno possibile, che è poi quello della spartizione del potere. Sicché poi si selezionano, senza primarie o con primarie col freno a mano tirato, i peggiori, i più lontani dai cittadini, quelli che l’elettore magari non avrebbe mai votato.

Dice: ma l’Italia non è l’America. Giustissimo. Ma bisognerà pure prendere atto che anche i partiti di oggi non sono più quelli che sono stati lungo gran parte del Novecento: allora erano grandi navi scuola per la formazione del personale politico, macchine di selezione naturale dei migliori; oggi sono apparati a sé stanti, basati sulla cooptazione a base fideistica, selezionatori alla rovescia dei più fidati e più conformisti. Del resto basta guardare come vanno a picco le statistiche dei tesserati, quanto sta crescendo la forbice tra chi aderisce idealmente (e vota) e chi concretamente decide di pagare la tessera. E’ quel modello di partito che va cambiato, e le primarie possono aiutare a farlo.

Facciamole, dunque, queste primarie. Facciamole senza eccessive prudenze (né albi, né tanto meno limitandole ai soli iscritti). Chissà che non ne venga quel rinnovamento profondo (e non solo anagrafico) del ceto politico che tutti, a parole, ci auguriamo.

Cosi va il mondo, piaccia o non piaccia


di Guido Melis

A Roma, se passi verso le 8 del mattino per piazza Vittorio, incontri i bambini cinesi che vanno all’asilo, uguali a quelli italiani, fiocco al collo e grembiulino bianco, il cestino della merenda in mano. Nel bar dove faccio colazione (che sino all’anno scorso era di un simpatico signore ogliastrino) vendono ancora le papassine sarde fresche e il pane carasau prodotto nel Nuorese. Solo che adesso il proprietario è un cinese, di un grande sobborgo nell’area di Shangai. Ha due figlie, Ilaria e Ilenia, avranno 16 anni, gentilissime e efficienti: una esce con un ragazzo romano. Così va il mondo, che piaccia o non piaccia a Federico Camon, che ieri ha sostenuto sulla “Nuova” che un bambino nato in Italia, cresciuto in Italia, istruito in Italia, un domani laureato o diplomato in Italia, non potrebbe – chissà perché –  essere considerato italiano.

Intanto giova uno sguardo alle statistiche. Gli immigrati regolari erano in Italia, quinto paese in Europa per accoglienza stranieri, 2 milioni e 600 mila nel 2005, oggi sono il doppio, 4 milioni e 200 mila. Costituiscono il 7% della popolazione e, se reggiamo ancora al pauroso calo demografico e all’invecchiamento disastroso della nostra forza lavoro, è grazie all’immissione di queste forze fresche, l’unica speranza di poter pagare domani la pensione ai nostri vecchi. Producono, da soli, il 4% del PIL. L’1% è lavoro romeno, essendo quella comunità la più numerosa (circa 1 milione di persone). Gli altri marocchini, albanesi, cinesi, senegalesi. Svolgono mansioni essenziali (e non solo la raccolta dei pomodori o il lavoro delle badanti, ma anche attività d’impresa, come dimostrano i dati. I matrimoni misti (stranieri con ragazze italiane o viceversa) sono in irresistibile ascesa. Quelli contratti tra il 1996 e il 2008 erano già circa 250 mila. Oggi sono molti di più. 50 mila persone ogni anno ottengono, con la legge attuale, la cittadinanza italiana. Oltre 570 mila figli di stranieri sono nati in Italia: giocano coi nostri figli, parlano l’italiano e i dialetti locale della zona dove vivono.

Capisco che non tutto sia rose e fiori. Come dice Giuliano Amato, le politiche dell’integrazione sono le più difficili, complicate come sono da fattori etnici, economici, religiosi, linguistici. Però sono anche inevitabili. Viviamo infatti – è quasi banale ricordarlo, ma evidentemente ancora necessario – nell’età della globalizzazione (nel villaggio globale), cioè del restringimento del mondo, della caduta dei confini, della fusione tra culture un tempo lontane, della comunicazione totale e istantanea. Siamo immersi tutti, chi più chi meno (ma siamo sempre di più) nella grande rete, dove con un semplice clic sul computer ti colleghi con chiunque. Tutto ciò comporta naturalmente molte contraddizioni, persino lacrime e sangue (basta vedere i patemi dei conservatori inglesi, che proprio in questi giorni cercano di arrestare il loro flusso alle frontiere, o le periodiche, rabbiose esplosioni della banlieu parigina), epperò al tempo stesso non lo si può affrontare ficcando la testa nella sabbia come gli struzzi. Ci vogliono politiche intelligenti, misuratori sui flussi d’entrata, monitoraggi costanti e regole per assicurare l’inclusione “dolce” dei nuovi venuti, molta istruzione, la giusta repressione dei reati (senza farsi prendere però dalle strumentali campagne emotive della destra) e il controllo costante del territorio. E tuttavia lì andiamo, caro Camon, e lo jus sanguinis (brutto termine che evoca foschi ricordi) ha già perduta la sua battaglia nei confronti dello jus soli, perché basta un grano di buon senso e bandire i pregiudizi per capire che la bimba cinese che è cresciuta nel negozio del padre sotto casa mia a Sassari parlerà sassarese e mangerà la fainè con lo stesso gusto degli involtini primavera. – Guido Melis

 

 pubblicato anche su  – La Nuova Sardegna, 9 agosto 2013

In Europa l’ Imu la pagano tutti


DI ANTONELLA SODDU

Siamo solo noi  a pagare una tassa sugli immobili   oppure  questa è una tassa dovuta  in tutta Europa?  Sull’ Imu italiana l’Europa si pronunciò affermando che era illegittima,  o quantomeno da rivedere. Oggi  è il punto centrale dei vari programmi   di  tutte le principali  forze politiche del nostro paese, e tra i punti del programma del Governo Letta,  si  è deciso di  rimandare la rata di Giugno poi, si vedrà se abolirla del tutto  o rimodularla. Qualcuno  in italia  si chiede se  debba esser  l’Imu la priorità. Ad ogni modo  proviamo a fare un viaggio all’interno degli affari  di tasse di alcuni  dei principali paesi d’Europa. In Olanda per esempio esiste il  WOZ –  si tratta di  un’ imposta comunale sugli immobili. È una tassa a carico del proprietario della casa. Il valore del  Woz  è calcolato  ogni anno dal comune di residenza. Il  WOZ  è inoltre utilizzato per due principali scopi – come base per il calcolo  della tassa di proprietà locale  e per calcolare il reddito  relativo alla proprietà nella dichiarazione dei  redditi. In Olanda chi sistematicamente  non presenta dichiarazione dei redditi rischia la pena detentiva per due settimane  e multa di  750 euro. Inoltre il nominativo del contribuente evasore viene messo in cima  per controlli anche per gli anni a venire. Se pensate, dunque di andare in Olanda per pagare meno tasse sappiate che la differenza rispetto all’Italia è decisamente minima e, diversamente dal nostro paese, l’evasione fiscale Olandese è decisamente bassa, con un sistema di verifica molto efficiente. Come in Italia, entro marzo vanno comunicati i redditi dell’anno precedente sul quale si dovranno versare le seguenti imposte che vanno dal 33% dei primi 18.000 euro a oltre il 52% sui redditi otre i 60.000 euro. La  questione tasse sulla casa, in Francia, non è da meno anzi, esistono addirittura  due tasse locali, quella sulla abitazione ( Taxe d’ habitation )  e tassa foncière . Entrambe sono legate al valore catastale. La prima  viene pagata dal proprietario o in alternativa dall’ affittuario ma, solo nel caso il contratto sia a lungo  termine. La  cifra da pagare è stabilita dai comuni. Per quanto concerne la seconda tassa sugli immobili, invece, va alla municipalità e l’ammontare varia a seconda della regione di appartenenza dell’immobile. Il pagamento viene effettuato il 15 Ottobre tutti gli anni, e può essere eseguito con assegni bancari, via R.I.B. o T.I.P. o anche via internet dal sito delle Imposte Francesi. . E non si pensi di non pagare l’abbonamento tv, altra tassa molto contestata in Italia, nemmeno per idea. Infatti, insieme all’avviso per il pagamento della taxe d’abitation arriva anche quello per Il canone della Tv nazionale. Il pagamento va effettuato entro il 31 maggio di ogni anno ed inviato al Trésor Public.  E’prevista, per legge,  un assicurazione sulla casa  tassativamente obbligatoria. La tassa sulla casa esiste anche in Germania, è una tassa fondiaria (equiparabile all’Imu italiana) calcolata in base a specifici moltiplicatori. Si parte dalla rendita catastale (circa il 60% del valore di mercato dell’immobile) comunicata da ogni Bundesland. Tale rendita viene poi moltiplicata per indici differenti a seconda delle province (in media intorno allo 0,35%) e della città. Non ci sono tasse patrimoniali sugli immobili. È invece prevista un’imposta sul reddito da locazione, ad aliquota marginale. Sulle spese effettivamente sostenute è poi calcolata una deduzione analitica. Il viaggio delle tasse prosegue  in Inghilterra  e in Spagna. Nella prima esiste la Council tax e generalmente varia tra lo 0,5% e il 1,3% del valore catastale dell’immobile. E’ una tassa sugli immobili equiparabile a quella italiana. In Spagna invece regime il  fiscale sulla casa è  più simile a quello italiano. Anche in Spagna esiste un’imposta sul reddito applicata esclusivamente alla seconda casa, a cui si aggiunge un’imposta sui beni immobili con aliquote che variano tra lo 0,4% e l’1,1 per cento. È stata inoltre reintrodotta di recente una tassa patrimoniale applicata solo ad abitazioni di valore superiore ai 700mila euro. Anche qui è prevista un’imposta sui redditi da locazione ad aliquota marginale, con possibile deduzione delle spese effettivamente previste. Nel caso l’abitazione sia affittata a giovani tra i 18 e i 35 anni, il locatore beneficia di una esenzione integrale delle imposte sul reddito. Alcuni mesi fa il Commissario europeo agli Affari Sociali, Laszlo Andor, fa alcuni  rilievi  sull’IMU, giudicandola come poco progressiva e capace di aumentare la povertà. Si è espresso in questi  termini  anche  nei confronti degli altri membri dell’UE.  E, oltre questa sottolineatura di Laszlo Andor, perché noi, in Italia, condanniamo cosi  ferocemente le tasse? Sarà il caso di  obbligarci  ad alcune approfondite lezioni di dovere civico? Dovremmo pretendere a gran voce che alle tasse equivalgano  i servizi  e prima di tutto che si abbia modo di poter pagare le tasse  tutti senza esclusione di nessuno.  Altrimenti che si fa parte a fare di uno stato?

(pubblicato anche sul  Blog Giornale online ALGANEWS di Lucio Giordano)

Ma ora cancellate il Porcellum (Curzio Maltese).


Triskel182

IL GOVERNO Letta era stato presentato in prima battuta come una maggioranza innaturale, dettata dall’emergenza, destinata a fare tre o quattro cose importanti per poi tornare al voto con una nuova legge elettorale.

Subito dopo però è intervenuta l’ideologia delle larghe intese a cambiare i termini del patto. Si è cominciato a parlare di pacificazione nazionale, a richiamare l’esempio del compromesso storico. L’emergenza è finita in secondo piano rispetto alla stabilità, le cose da fare sono diventate meno importanti della necessità di durare. Il risultato concreto di questa ideologizzazione delle larghe intese è che abbiamo un governo incapace di fare appunto quelle tre o quattro cose che un governo a termine, di minori ambizioni, avrebbe già almeno messo in cantiere.

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Service tax, il governo prova la via federalista (VALENTINA CONTE).


Triskel182

L'impatto

Così aliquote e Tares decise dai Comuni. Ma pagherà anche chi non ha casa ed è in affitto.
Il fisco.

ROMA— Piace ai sindaci. Non dispiace ai partiti. La Service tax, l’ipotesi numero otto del dossier Saccomanni, potrebbe essere la soluzione del rebus Imu. Anche perché è l’unica a godere del rating di “alta efficienza”, il bollino affibbiato dal ministero dell’Economia alle nove alternative per ridisegnare l’imposta sulla casa. Di contro, graverebbe anche su chi proprietario non è. Sarebbe proporzionale alla numerosità delle famiglie. E regressiva, picchiando duro sui redditi bassi. In sintesi, consentirebbe di dire al Pdl: abbiamo abolito l’Imu sulla prima casa. Al Pd: l’abbiamo restituita ai Comuni. Con il rischio per tutti che però non sia più conveniente del vecchio balzello.

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