LA CULTURA MI STA SALVANDO LA VITA


 

di Antonella Soddu

La Disperazione ( lo scrivo in maiuscolo per porre l’accento la parola ) porta spesso a gesti estremi. E’ cosi, non possiamo negarlo e nemmeno arrecarci il diritto di giudicare il gesto compiuto né quello di esprimere cosa noi avremmo fatto al posto di chi sceglie il gesto estremo di lasciarsi andare via. La Disperazione, porta ad una visuale annebbiata di un futuro che non ha porte per farci entrare, perché considerati quasi una palla al piede di quei pochi che ancora si muovono autonomamente senza dover chiedere nulla ad altri. Non sto lì a rivangare vent’anni d’errori politici e amministrativi messi in atto da tutti e di più, non servirebbe a nulla, il nostro paese è un paese allo sfascio. E’ un paese dove i diritti sono persi e dove i doveri non hanno modo di esser attuati per mancanza della materia prima, i diritti. La Disperazione, come ho detto prima, porta spesso a gesti estremi. Ho detto gesti, perché tra i gesti non vi è solo l’atto di togliersi vita; c’è anche l’atto di lottare con tutti quei mezzi che la poca lucidità che ancora si affaccia nella mente fa sfociare in rabbia e conseguente forza d’azione aldilà, poi, di come possa esser considerata dai moralisti untori e inquisitori di nuova generazione. Qualcuno qualche giorno fa ha scritto una lettera, l’ha inviata ai quotidiani di rilievo nazionale, ha posto, anzi, ha sollevato un grave problema salvo, poi, venire allo scoperto e confessare. Quella lettera ha portato un pò tutti alla riflessione. Questa non è una lettera inventata, la sto scrivendo io di mio pugno. Non sto qui a raccontare tutto per filo e per segno, sarebbe lungo e noioso; la gente non si ferma a leggere dall’inizio alla fine del capo. Salta le righe e fa suo ciò che non è tuo. Non lo faccio. Voglio, però, rilevare alcune cose di rilevante importanza. Il rispetto della libertà altrui, il rispetto della dignità, della voglia di migliorarsi e di proseguire ancorandosi anche alla più flebile delle speranze che ognuno di noi trova nelle cose che lo caratterizzano e lo rendono parte di una società. Ebbene, nel mio status di disoccupata 42 enne, madre di due figli minori, moglie di un 42 enne disoccupato, d’occupante abusiva d’immobili comunali ( situazione seguita alla notifica d’avviso di sfratto ) da un anno, ebbene, in questo status di cose la mia ancora di salvezza, o meglio, l’ancora a cui sono riuscita ad aggrapparmi è quella della scrittura, della lettura, dell’impegno nelle cose che prima della perdita del lavoro erano un hobbie e che ora sono quelle cose che riescono a tenere occupata la mia mente e il mio fisico perché questi non siano invasi da altri pensieri dettati dalla disperazione. Ho trovato in queste cose la mia medicina. Ero convinta d’averla trovata perchè gli untori del paese dell’amore mai stato paese della solidarietà, ritengono che una persona povera economicamente e senza mezzi, debba per forza di cose esser povera culturalmente, debba rintanarsi in casa e passeggiare su e giù tra le stanze di una casa che non gli appartiene di diritto, che per disperazione si assunta la responsabilità di occupare, e pensare al metodo più veloce per farla finita. A questi untori della nuova era di guerre tra poveri, voglio assicurare che la povertà economica non vuol dire rassegnarsi ad esser poveri di cultura e voglia di migliorarsi, a questi untori dell’ultima’ora faccio notare che l’essere umano è colpevole della sua povertà culturale nel momento in cui la giustifica con la povertà economica. Che altra colpa mi si vuol addebitare, forse quella di usare un mezzo di comunicazione che mi consente di rimanere a contatto con il mondo, con le persone che conosco, con cui posso scambiare due chiacchiere non sciatte? E quale colpa si vuole addebitare ad un padre di famiglia cui compito è quello di provvedere alla crescita dei propri figli anche nelle forme più ristrette economicamente ma con le proprie mani e forza per lavorare che a 42 anni gli è preclusa, negata e che gli untori ti sbattono in faccia come una colpa? Qualcuno sa o può darmi una risposta? Quando si arriva al gesto estremo del suicidio, lo abbiamo riscontrato tante di quelle volte negli ultimi mesi in cui la conta dei morti per disperazione è salita di giorno in giorno, a margine rimangono i perché. I perché delle istituzioni che spesso dichiarano di non esser mai venuti a conoscenza della gravità della situazione in cui versava il disperato di turno. I perché di quelli che prima hanno puntato il dito e poi si presentano in lacrime ai funerali, i perché di quelli che ti condannano perché ti vedono in pizzeria a comprarti 5 pizze al taglio da portare via e mangiare a casa a luce di candela che ti sembra di esser nei pressi di un cimitero la notte. Ti condannano, quando ti vedono passare per strada alla guida di una macchina che ti è stata prestata per spostarti in città presso un ufficio pubblico, e in dieci secondi un piccolo paese sa che ti sei comprato la macchina nuova e non affermi di non aver i soldi per pagarti l’affitto. Ti condannano perché con le tue forze, riesci a coronare il sogno di una vita, quello di pubblicare un libro di poesie perciò poi sei invitato, non a tue spese dunque , a far le presentazioni e, dopo due giorni un intero paese ti riversa contro la vernice untrice secondo cui tu non ti puoi pagare l’affitto, ma te ne vai in lungo e in largo a spendere e spandere. Ti condannano senza possibilità d’appello e senza possibilità d’assoluzione e/o diritto di replica. Ti condannano e tu procedi a piccoli passi stanchi, ma procedi. Sei sull’orlo del baratro e procedi perché sei riuscito a trovare una ancora di salvataggio a cui appigliarti per non soccombere alla tentazione del gesto estremo. Quell’ancora è la tua voglia di migliorarti, di percorrere tutte le strade che possano consentirti di raggiungere l’obbiettivo di risalire la china. Spedisci a destra e a manca curriculum vitae alcuni giorni consapevole del fatto che oramai anche questi sono una cosa in sostanza inutile, diventati quasi gli alter ego dei volantini pubblicitari tanto fastidiosi che ti lasciano nella cassetta della posta. Si, spedisci a destra e manca curriculum vitae e nel frattempo immergi la tua testa in tutto quello che può allontanarti da gesti estremi, quei gesti che la calunnia, l’infamia, la vigliaccheria, le maldicenze stanno aspettando che tu compia. Quanta pochezza abbiamo intorno a noi tutti giorni, quanta pochezza e restrizione mentale/intellettuale. Io sono povera economicamente, si, è vero, oggi è una vergogna esserlo, oppure qualcuno ti fa vergognare d’esserlo, ma, di una cosa son certa, non diventerò mai povera intellettualmente e culturalmente per ridurmi allo status d’assoggettata al pensiero e volere altrui. E se per gli inquisitori, il mio esser cosi è sinonimo di benessere economico nascosto, ebbene, allora si, io sono ricca, mi sento ricca della convinzione che la più grande povertà è l’ignoranza e la povertà culturale. Io e mio marito non abbiamo ricchezze materiali, ma una delle ricchezze che cerchiamo tutti i giorni di trasmettere ai nostri due figlie e il valore della ricchezza culturale. Unica strada per il futuro. Qualcuno mi afferma che devo vergognarmi per aver occupato abusivamente un immobile comunale, non vado orgogliosa di averlo fatto. E’ un gesto estremo alternativo all’altro gesto estremo. Devo vergognarmi di aver scelto tra i due gesti estremi? E di cosa si dovrebbero vergognare gli indifferenti don Abbondio, i nuovi L’innominato, i prodi Bravi di don Rodrigo?

(pubblicato anche su Alganwes Blog giornale online di Lucio  Giordano)

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