Allarme dispersione scolastica


di Antonella Soddu

L’istruzione è il presupposto essenziale per lo sviluppo e per l’effettiva partecipazione democratica alla vita di un paese. E’un momento di crescita, aggregazione, socializzazione. La cultura e l’istruzione sono, anche sinonimo di libertà intesa per singolo individuo e ancora di più nell’ottica del bene comune, non si può prescindere da questo. Il sapere da un ampia rasserenante sicurezza, consente di avere una ampia visione di quanto accade in noi e attorno a noi. Percorrere il proprio “viaggio nel mondo” coscienti di quello che si sa, offre, infatti, una capacità naturale di organizzarci e di procedere in maniera aperta per continuare a costruire. Questa azione è però minata dall’ancora incontrastato e crescente cancro della dispersione scolastica. L’Italia, in questo senso, risulta esser un fanalino di coda nell’impegno per investimenti su cultura, ricerca, e scuola. A dirlo sono i rapporti annuali istat 2012, in particolare quelli raccolti dallo studio sull’istruzione in Italia; – livello di preparazione, titoli di studio e l’importanza che il governo da all’istruzione. I risultati di questo studio non sono confortanti se confrontati con quelli di altri paesi europei e, in aggiunta, anche i dati dal rapporto Atlante dell’infanzia a rischio promosso nel 2012 da “Save the children”, possono dirsi di buona prospettiva.
L’Italia investe poco, infatti è rilevato che il settore istruzione incide sul Pil appena il 4, 8% la media europea si attesta è del 5, 6%.
Le ultime riforme scolastiche hanno dato conferma di una palese incapacità delle istituzioni nel mettere in atto tutte quelle iniziative per un rilancio del settore scuola/istruzione. Per quanto concerne i titoli di studio i dati parlano chiaro il 45% della popolazione, di età compresa tra i 25 ed i 64 anni, ha soltanto la licenza media, le percentuali europee si attestano intorno al 27,3%. I tagli attuati hanno ulteriormente messo in ginocchio la scuola italiana e, una delle conseguenze maggiormente riscontrate è la dispersione scolastica, 18, 8% sono i giovani, tra i 18 e i 24 anni che hanno deciso di lasciare gli studi prima del conseguito il diploma. In questo causo la percentuale europea è del 14, 1% . Questi i dati per singola regione italiana: Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste 21,2% – Lombardia 18,4% – Liguria 16,2% – Bolzano/Bozen 22,5% – Trento 11,8% -Veneto 16,0% – Friuli-Venezia Giulia 12,1% – Emilia-Romagna 14,9% – Toscana 17,6% – Umbria 13,4% – Marche 15,0% – Lazio 13,4% – Abruzzo 13,5% – Molise 13,5% – Campania 23,0% -Puglia 23,4% – Basilicata 15,1% – Calabria 16,2% – Sicilia 26,0% – Sardegna 23,9% – Come si evince, fanalini di coda risultano esser Sicilia e Sardegna.
Questi sono i dati, allarmanti e, perché no, anche vergognosi . dovrebbe però vergognarsi in primis l’ Italia come stato ed in secondo luogo quelle regioni a cui sono state attribuite le competenze per la voce Istruzione, le quali non sono riuscite a portare avanti alcuna iniziativa mirata all’ abbattimento del flagello dispersione scolastica che, ricordiamo, nel 2013 tocca ulteriori livelli di aumento. Da dire che molto in questo influisce il cosiddetto problema degli accorpamenti scolastici che, in special modo nei piccoli paesi dell’interno della Sardegna, in questo caso, hanno contribuito alla chiusura di plessi scolastici e il conseguente obbligo per molti alunni anche della scuola primaria a percorrere ogni giorno chilometri per raggiungere la più vicina scuola da frequentare. Da più parti sono arrivate richieste alla regione Sardegna perché vengano elaborate e attuate tutta una serie di provvedimenti adeguati per assicurare ai ragazzi sardi il reale diritto allo studio fonte di futuro e investimento stesso per l’economia di una regione oramai completamente allo sbando anche a livello istituzionale.
Da ultimo ma non di minor rilevanza è il crescente aumento della percentuale di famiglie che non mandano i propri figli a scuola privandoli consapevolmente del diritto alla studio e motivando questo con la povertà e l’impossibilità di provvedere agli alti costi che la scuola oggi impone. Può esser, questo, anche un motivo vero e analizzabile, ma, la percentuale più alta di genitori che non fanno frequentare la scuola, anche prima, ai propri figli si accentua e attesta in coloro che hanno per primi abbandonato il percorso scolastico. In sostanza ciò di cui si sono consapevolmente privati per una povertà culturale è successivamente riversato sui figli. In questo senso, un capillare controllo, negli ultimi tempi, lo stanno mettendo in atto scuola/servizi sociali/ carabinieri che attraverso un continuo monitoraggio verificano e sanzionano coloro che privando i propri figli di quello che oltre ad esser un diritto li condannano a privarsi della libertà stessa.
La povertà economica non è un deterrente per l’imposizione della povertà culturale che degenera inevitabilmente in altri mali e condanno a vivere in una società che certamente non darà tante possibilità di scelta

 

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