Processo al Senatore M5s Mastrangeli


di Antonella Soddu

Alcuni giorni fa è andata in onda l’ennesima dimostrazione di quale concetto hanno del  termine democrazia i militanti M5S  e quali fragili conoscenze che gli stessi hanno del concetto di libertà di parola e  espressione.  Oggi  dalle ore 11 alle ore  17  tutti gli iscritti potranno  votare e ratificare l’espulsione, già decisa,per il senatore portavoce dei cittadini Mastrangeli. A parte le poche nozioni di prassi istituzionali già palesemente messe in mostra,dopo  messo in scena il processo ad un loro esponente colpevole di essersi presentato ad alcuni salotti televisivi, oggi  si apprestano  a dare dimostrazione di cosa intendano per democrazia dei cittadini  – L’imputato senatore/portavoce dei cittadini Mastrangeli  si alzi in piedi, come si dichiara? – Non colpevole, cittadini, un parlamentare deve parlare.  –  Ad uno ad uno gli improvvisati giudici dei cittadini pronunciano la loro requisitoria e a termine ne chiedono l’espulsione immediata dal movimento e le dimissioni da portavoce dei cittadini ( senatore ).  Nessuno, nemmeno un avvocato d’ufficio per il senatore Mastrangeli che, però, essendo uomo di legge ( ex poliziotto ) si difende e accusa i suoi accusatori di calunnia e diffamazione. Siamo basiti noi cittadini, italiani, tutti.  Ci sembra di assistere ad uno di quei processi popolari dei film western americani dove era catturato il bandito e il popolo senza attendere l’arrivo di un giudice metteva in atto il processo e la condanna senza diritto di replica. Mastrangeli è stato condannato all’espulsione ( ne dovranno comunicare al senato alla prima seduta ) ma, a noi comuni mortali sorge un ultimo dubbio, a parte quello evidente della palese violazione di ogni principio democratico di libertà di espressione di pensiero e parola, lo stesso processo sarà attuato anche contro il portavoce dei cittadini, senatore Vito Crimi  ospite,in studio,  di Vespa a Porta a Porta ? – Immagine

Fare opposizione non significa insultare


di Antonella Soddu

Gli interventi M5s in risposta al discorso programmatico del Presidente Letta, non hanno fatto bella figura; non, almeno, in un situazione in cui si doveva portare per contro argomentazioni mirate a proporre per migliorare le proposte programmatiche del governo. Piuttosto è emersa una caccia ai ministri. Ogni portavoce dei cittadini, cosi vogliono esser chiamati, ha scelto un ministro e su di lui ha riversato in alcuni passaggi, anche insulti. Ciò non ha avuto la finalità che loro si proponevano, ma, ha rimarcato l’incapacità a rispettare i luoghi delle istituzioni che hanno rappresentato l’intero paese e non solo il loro 25% di paese di cui si dichiarano portavoce. Solo ieri, a seguito del grave atto perpetrato ai danni di servitori dello stato, sono stati da loro diramati comunicati stampa dai portavoce di camera e senato e nel pomeriggio dallo stesso Grillo nei quali si dissociavano rimarcando che il loro è un movimento pacifista. I primi tre interventi  in aula sono invece apparsi  esuli  da buon senso  e carichi d’odio retorico, populista e demagogico.  Che fine hanno  fatto le loro proposte?  Quelle per cui  fin ora hanno urlato dai megafoni nelle piazze, paiono esser finite nel dimenticatoio   e si rimarca come disco rotto il reddito di cittadinanza come  fautore del ritrovo  della dignità. Il reddito di cittadinanza, cosi come da loro concepito, fino a smentita, non rende ai disoccupati e agli esodati la dignità, anzi, la offende. La offende nel momento in cui chi riceve una quota di denaro non rendendosi partecipe a meritarla diventa un mantenuto.  La dignità la rende e la fa mantenere il lavoro e il rispetto di se stessi.  Delegittimano persino le altre forze politiche che andranno a fare opposizione definendole last minut.

Fare opposizione significa  anche proporre,   proporre e far convergere i membri del governo e le stesse forze politiche che ne sostengono l’impegno  in un ragionamento  costruttivo  perché le mancanze di un programma vengano   annullate. Farlo in altra maniera  risulta essere distruttivo e  non è ciò che ora occorre al paese. Mettano a frutto il loro  25%  e siedano seriamente ai tavoli di lavoro.

La squadra dei ministri


 GOVERNO LETTA I°Immagine

Area PARTITO DEMOCRATICO
1) Premier – Enrico Letta
2) Sviluppo – Flavio Zanonato
3) Ambiente – Andrea Orlando – Pd (Giovani Turchi)
4) Beni culturali e Turismo – Massimo Bray 
5) Affari regionali – Graziano Delrio
6) Istruzione, Università e ricerca – Maria Chiara Carrozza
7) Coesione territoriale – Carlo Trigilia
 pari opportunità, sport, politiche giovanili – Josefa Idem
9) Rapporti con il Parlamento – Dario Franceschini
10) Integrazione – Cecile Kyenge – libera

Area PARTITO DELLE LIBERTA’
1 – 2) Interni e Vicepremier- Angelino Alfano
3) Salute – Beatrice Lorenzin 
4) Trasporti Infrastrutture – Maurizio Lupi
5) Riforme istituzionali – Gaetano Quagliariello 
6) Poliche Agricole – Nunzia Di Girolamo

ALTRI PARTITI
1) Esteri – Emma Bonino – Radicali/PSI
2) Pubblica Amministrazione- Giampiero D’Alia – Udc
3) Difesa – Mario Mauro – Scelta Civica

NON RICONDUCIBILI A NESSUN PARTITO/TECNICI
Sottosegretario alla Presid. – Filippo Patroni Griffi
Giustizia – Anna Maria Cancellieri 
Economia – Fabrizio Saccomanni
Lavoro e Politiche sociali – Enrico Giovannini
Affari europei – Enzo Moavero Milanesi

La sfida di questi giorni tristi e i nostri compiti


di Guido Melis 

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Ho scritto, in una nota di qualche giorno fa (quando Bersani sottopose la famosa rosa a Berlusconi e lo lasciò scegliere il nome di Marini) che, nella fase che attraversa il Pd, torna d’attualità la celebre nota di Gramsci sui rapporti tra il Partito d’Azione nel Risorgimento e Cavour: lasciarsi dirigere dall’avversario (Cavour e il re, sostiene Gramsci, diressero dal di fuori il partito d’azione, determinandone alla fine le scelte di fondo). Questo tema, della nostra autonomia, ritorna con forza in queste ore che precedono il probabile varo del governo Letta.

Vorrei essere chiaro, sul punto. Io penso che – allo stato in cui siamo – la soluzione Letta (governo con l’avversario, giustificato da ragioni di emergenza che sono state illustrate nello storico discorso tenuto da Giorgio Napolitano davanti al parlamento che lo ha rieletto) sia l’unica uscita di sicurezza possibile. Dire di no significherebbe votare subito, riconsegnando il Paese a Berlusconi probabilmente per altri 5 anni. Altrove (nel congresso, immagino: ma in un congresso che non può essere fatto a base di tessere e di correnti) discuteremo di come, avendo a novembre oltre il 30% dei consensi, ci siamo ridotti nel giro di pochi mesi a perderne tanti da non riuscire a vincere; ed ora a calare – secondo sondaggi attendibili – sotto il 25%. Qui vale ragionare su come dobbiamo affrontare la fase attuale.
Vi sono due pericoli molto gravi, che incombono sul futuro prossimo. Il primo è che Letta non riesca a caratterizzare il governo delle larghe intese in senso progressivo, che si riduca a pura gestione della crisi, che subisca l’offensiva interna che già si annuncia dell’avversario. Ci sarà un braccio di ferro nel governo e nella “strana maggioranza” che lo sostiene, e a questo braccio di ferro noi arriviamo deboli, reduci da una sconfitta, con lo stato d’animo e la depressione di fondo che ne derivano.

Di più: non possiamo contare, in questo momento storico, su un grande movimento che nella società ci sostenga e ci spinga avanti, che imponga cioè fuori del governo e del parlamento le ragioni di una politica più avanzata. I cittadini che ci hanno sostenuto sono confusi, smarriti, aggrediti anche personalmente (loro e le loro famiglie) dalla crisi economica, scoraggiati su di noi e sulla politica. Senza questo collegamento organico con il nostro elettorato, con la ricchezza del nostro insediamento sociale, noi valiamo poco, tanto più che lo schieramento avverso è galvanizzato, in ascesa nei sondaggi, convinto di avere in mano la carta vincente. Basta vedere le dichiarazioni dei loro esponenti – confrontandole con quelle dell’autunno scorso – per vedere quale radicale mutamento si sia verificato.

Il secondo pericolo grave, anzi gravissimo, è che il Pd semplicemente si spacchi. Andrea Orlando ha parlato nelle scorse settimane di “cedimento strutturale”. E’ un’espressione realistica. Quel cedimento è avvenuto però per una ragione molto precisa, alla quale non si può sfuggire. E’ avvenuto perché il Pd si basava su un equivoco, su un silenzio, su una omissione opportunistica. Dopo il 2007, quando fondammo il Pd pensando in molti a un partito di tipo nuovo, con regole statutarie diverse (i cittadini al primo posto) e persino un’etica interna differente (il Codice), abbiamo compiuto una inversione profonda, che in parte è coincisa con la vittoria di Bersani alla segreteria. Ci siamo cioè adattati a un modello di partito tradizionale, burocratico, chiuso ai cittadini, basato per di più sulla sopravvivenza di correnti impegnate in una continua trattativa interna (e, ahimé, anche in una spartizione). 
Questa inversione è stata fatale. Ha offuscato i valori fondativi, impedito la fusione tra le varie componenti (che avrebbe costituito la ricchezza del Pd come partito nuovo), imposto ai vertici un gruppo dirigente inadeguato. L’inadeguatezza è dimostrata dall’assenza (io però direi dallo smarrimento progressivo) di un progetto politico. Il Pd non  sa cosa vuole esattamente. Manca una teoria, cioè un’analisi della società italiana che ravvisi le linee di fondo delle sue recenti trasformazioni e collochi chiaramente il partito rispetto ad esse. Manca l’identificazione della platea di interessi che noi vogliamo rappresentare (e per converso di quegli interessi che vogliamo contrastare). Capisco che la società è oggi più difficile da decifrare e interpretare di quanto non fosse 50 anni fa. Ma la frammentazione sociale non può costituire un alibi per i partiti, che invece debbono comprenderla, analizzarla, conoscerla nelle pieghe più remote: e risolverla in una sintesi. O la politica fa questa sintesi o fallisce (altro che caste e altre cose del genere: è qui, in questa incapacità nostra a decifrare il reale, che sta la vera pietra dello scandalo). 
Dunque come se ne esce? Se ne esce con un congresso a tesi, nel quale innanzitutto le varie parti dicano come leggono l’Italia e come si propongono di cambiarla. Non con slogan più o meno accattivanti. Non si tratta di vendere dentifrici, qui: con idee, analisi, discussioni feroci, confronti. E non sa soli, isolati nelle istanze del partito asfittiche e prive di luce, ma in mezzo alle forze dinamiche della società, confrontandosi all’esterno.
Da qui, solo da questo inesorabile sforzo intelletuale (uso non a caso parole gramsciane) può venire la svolta. E dalla svolta la nuova politica. E con essa il ricambio, che dev’essere anche generazionale, ma non può partire dall’anagrafe, perché uno può avere 30 anni ed essere un cretino che non capisce nulla e obbedisce ai capi, e di questo materiale umano – ahimé – il Pd ne è pieno. 
Troppo ambizioso? Impossibile? Bisogna sognare l’impossibile. Bisogna essere ambiziosi. Se non lo farà il Pd lo farà qualcun altro o qualcos’altro. Nulla, nella storia, è indispensabile. Guardiamoci negli occhi, amici e compagni, e decidiamo da persone serie e responsabili se ne vale la pena, o se dobbiamo gettare la spugna. – Guido Melis

LA LEZIONE DEGLI ITALIANI, I PARTITI FANNO ANCORA FINTA DI NON AVER CAPITO.


 

C’è una cosa che i POLITICI, non capiranno mai a causa della loro cultura, della loro formazione, della loro storia. Si è aperto un SOLCO INCOLMABILE fra gli italiani che lavorano, che sgobbono, che si dannano per evitare i protesti bancari, che si disperano per pagare le bollette e il mutuo sulla prima casa (26 milioni di cittadini) e i PRIVILEGIATI che si annidano nella politica e nelle diffuse caste e lobbi, baciati dalla fortuna e dalla politica, ramificate e dislocate in ogni angolo del Paese, che sprecano, che rubano, che si abbuffano, che i sacrifici non li vogliono fare e che oltretutto ci hanno portato in questa tremenda crisi economica, finanziaria, morale, politica che sembra senza via di uscita.

 

          Nella stragrande maggioranza degli italiani, e’ presente un’ idea che l’Italia sia dominata da uncomplesso, partitico, burocratico e giudiziario che dispone di tutte le leve dello Stato e le manovra nel suo esclusivo interesse.

 

          Sicuramente, i sacrifici sono necesari e servono per salvare il Paese, purchè li facciano gli altri ilorsignori, fino oggi esentati, come ne era esentata la nobiltà francese prima della RIVOLUZIONE, esentata per legge, dal pagamento delle imposte e tasse.

 

           In queste condizioni, sembra veramente assurdo per BERSANI, riappacificare gli italiani con la politica scolirita degli otto punti, uscita dal cilindro, assente nel programma elettorale, per promese già fatte mille volte e mai mantenute.

 

          Sul Corriere della Sera del 16 marzo, Salvati scriveva: “da questo complesso partitico, burocratico, giudiziario, gli italiani non sono più disposti a credere, non sono più disposti ad acquistare neanche una bicicletta usata“. Sono pure scandalizzati dal fatto che in 30 giorni di Governo Monti, appoggiato dal PD E PDL è riuscito a bloccare gli stipendi già bassi dei dipendenti Pubblici e laciare intatti gli stipendi d’oro dei notabili dello Stato, ridurre le pensioni dei poveri cristi e non toccare le pensioni d’oro, ad aumentare l’età pensionabile ed in oltre un anno, invece, non è stato capace di modificare la legge elettorale e la riforma dei partiti. Tali modifiche sarebbero andati nella direzione di incidere sui privilegi dei partiti, dei burocrati e della classe giudiziaria. Come dare torto agli italiani, quando dichiarono di non credere più a niente.

 

          Adesso, il lavoro più grande per la politica è quello di recuperare credibilità, attraverso un progetto di grande cambiamento. Francesco Virgilii, presidente dell‘ANCODASAssociazione Nazionale Contro il Danno Sociale, di area socialista.

Vent’anni dopo la voce socialista torna in parlamento


Abbiamo trascorso vent’anni a reclamare in tutti i modi la nostra partecipazione alla vita pubblica del paese, ci siamo lamentati e abbiamo protestato per avere anche 2 minuti di visibilità mediatica, questo dopo gli incresciosi fatti del 92 che videro fortemente coinvolto il nostro partito, il partito socialista italiano. Oggi, io, non mi pongo il problema se dentro l’accordo col pd per questa sciagurata campagna elettorale il nostro simbolo sia apparso oppure no; non mi pare sia molto rilevante ora in questa fase cosi delicata della politica italiana. Rendo merito a Riccardo Nencini per quel lavoro sapientemente svolto mirato a riportar dentro il parlamento la nostra voce. Si sa, e non si può negare, che i grandi progetti necessitano di tempo per esser realizzati. Noi, chi è rimasto fedele agli ideali socialisti, abbiamo avuto e ci siamo per cosi dire concessi tanto tempo, oggi siamo li, dentro quelle stanze in cui si decidono le sorti dei cittadini che ad uno ad uno fanno lo stato. Ed è dentro quelle stanze che noi, perché abbiamo resistito contro chi ci voleva fuori, che ora dobbiamo farci sentire. Mi pare che Nencini, Lello Di Gioia,Marco Di Lello DueOreste PastorelliPia Locatelli,e Fausto Guilherme Longo, stiano lavorando per concretizzare quel progetto. Allora, ADELANTE COMPANEROS, e smettiamo di criticare solo!