No, Monti non può restare lì


di Michele Ainis

Fra le tante idee balzane circola quella di una “proroga” all’attuale premier, per gestire nuove elezioni. Ma non sta in piedi, Costituzione alla mano. Piuttosto, ci provi direttamente Napolitano

(07 marNon se ne esce. Girala come vuoi, ma senza un accordo politico non restano che nuove elezioni. Anzi no, nemmeno quelle: perché Napolitano è nel “semestre bianco”, quindi non ha il potere di sciogliere le Camere. Potrà farlo, casomai, il suo successore, se e quando riuscirà ad eleggerlo questo Parlamento ostaggio dei veti incrociati. Nel frattempo, però, un governo serve, non foss’altro che per benedire una nuova legge elettorale. Altrimenti voteremmo ancora col Porcellum, rischiando di tornare alla stazione di partenza, come nel gioco dell’oca. Quale governo, dunque?


In queste ore circolano le proposte più bislacche. Per venirne a capo, c’è anche chi rovista negli annali della storia patria, dove in effetti ne abbiamo viste un po’ di tutti i colori: governi monocolore, bicolore, arcobaleno (l’ultimo Prodi, con 11 partiti a dividersi il boccone). Governi di programma (nel 1971, quando i repubblicani uscirono dal gabinetto Colombo ma non dalla maggioranza). Governi lampo (Fanfani nel 1987: rimase in carica per 11 giorni). Governi a tempo (nel 1986 Craxi e De Mita siglarono il “patto della staffetta”, ovviamente senza rispettarlo). O al contrario governi di legislatura (brevettati da Nenni nei primi anni Sessanta: in caso di crisi, il capo dello Stato avrebbe dovuto sciogliere le Camere immediatamente, senza esplorare nuove maggioranze). E poi governi d’unità (1946-1948) ovvero di solidarietà nazionale (Andreotti durante gli anni Settanta). Governi tecnici o politici. Governi balneari, elettorali, di decantazione, di transizione, d’emergenza.

Insomma l’esperienza è più ricca d’un forziere. E infatti le tre idee di cui si parla nelle stanze del Pd sono per lo più un remake di film già andati in onda sulla tv di Stato. Primo: un governo di minoranza. Qui in realtà bisogna accendere una tv regionale, quella siciliana. Dove la giunta Crocetta si è insediata (10 novembre 2012) senza una maggioranza precostituita, e ciò nonostante fila come un treno. Peccato tuttavia che in Sicilia (art. 9 dello Statuto) il governo regionale possa sempre venire sfiduciato, però non ha bisogno inizialmente d’un voto di fiducia. Quello nazionale invece sì: e se la ottiene, diventa un governo di maggioranza, altro che di minoranza. 
Secondo: la non sfiducia. Abbiamo visto pure questa, durante i gloriosi anni Settanta. Nel 1976 Andreotti si reggeva sull’astensione del Pci, ma il problema – allora come oggi – resta il Senato. Perché lì il regolamento calcola gli astenuti come voti contrari, dunque i senatori del M5S (dopo l’eventuale accordo col Pd) dovrebbero uscire dall’aula al momento della votazione. Lo fecero anche i loro avi del Pci, però non tutti, altrimenti sarebbe mancato il numero legale. Sennonché in questo caso lo farebbe pure il Pdl: nessuno aiuta il suo assassino a premere il grilletto. E il nuovo governo non otterrebbe i 160 votanti indispensabili perché sia valido il voto di fiducia.

Terzo: la proroga. Di tutti: Monti, Napolitano, Schifani (Fini no perché ha finito). Sicché il nuovo esecutivo coinciderebbe con il vecchio; il governo degli zombie, dei morti redivivi. Si dà il caso però che la Costituzione non contempli l’istituto della proroga, se non dopo una guerra (art. 60). Possiamo rieleggere Napolitano al Quirinale, così come possiamo rivotare la fiducia a un Monti bis. Ma tenere a bagnomaria il governo che c’è adesso, senza misurarne il consenso da parte delle nuove assemblee legislative, sarebbe quasi un golpe.

Per venirne fuori, c’è allora bisogno di un’idea spiazzante, com’è spiazzante tutta questa situazione. La butto lì: un governo Napolitano. Dopotutto abbiamo già sperimentato molte volte governi del presidente (per esempio Ciampi nel 1993). Ora si tratta di prendere questa formula alla lettera. Anzi: di convertirla in un governo dell’ex presidente, nominato dal nuovo presidente. Non è forse vero che fra partiti ostili c’è bisogno d’un garante, per convincerli a timbrare un’alleanza? Il garante più credibile è lui, Napolitano. Perché è del mestiere, mettiamola così. Certo, quest’idea ha una probabilità su cento di venire realizzata. Però le altre 99 non suonano, ahimè, meno improbabili.

Soluzione eccentrica scenario possibile


di Michele Ainis dal Corriere della Sera del 31 marzo 2013

Diceva Craxi: quando un problema non ha soluzioni, si nomina una bella commissione. Siccome il nostro problema è doppio (non c’è accordo sul governo, né sul nuovo capo dello Stato), ieri Napolitano di commissioni ne ha nominate due. Una trovata eccentrica, senza precedenti. Ma anche un po’ paradossale: dopo un giro estenuante di consultazioni, ne usciamo battezzando un organismo consultivo. Dove per giunta le parti si rovesciano, come in una pièce pirandelliana.
Perché i partiti da consultati si trasformeranno in consultanti, e perché il loro consulente avrà casa al Quirinale, sotto lo stesso tetto del Grande Consultatore.
Eppure il pasticcio ci difende da un bisticcio, quello ingaggiato da tre minoranze armate. Che alternative c’erano? Primo: le dimissioni di Napolitano. Avrebbero accorciato i tempi per eleggere il suo successore, ma intanto avremmo perso l’unico timone istituzionale che ci resta, consegnando all’esterno l’immagine di un Paese spaesato. Secondo: un governo tecnico. Peccato che un governo così reclami il sostegno del capo dello Stato, specie quando muove i primi passi; e Napolitano è ai suoi ultimi passi. Peccato che i partiti, chi più chi meno, avessero già fatto sapere di non volerne sapere. Peccato infine che tale soluzione, dopo il suo ineluttabile naufragio, ci avrebbe fatto galleggiare in mare aperto. Senza carte di riserva sul governo, senza un presidente di riserva fino a maggio inoltrato.
Ecco allora a cosa serve l’espediente: a prolungare la fase di decantazione, sperando che i saggi inducano i partiti alla saggezza. D’altronde il presidente è come un’ostetrica: può far nascere i governi, ma solo se c’è una gravidanza. Invece fin qui la politica è stata capace unicamente di gravidanze isteriche. Tuttavia il campo resta libero, giacché Napolitano non ha mai conferito un incarico pieno. Al Quirinale rimane in sella un presidente, anziché un supplente. E a palazzo Chigi c’è pur sempre un governo, che le Camere non hanno mai sfiduciato.
Sicché prendiamolo sul serio, Napolitano. Ma anche Monti. E chiediamo a quest’ultimo d’aprire un paracadute, mentre la crisi ci spinge giù nel precipizio. Sappiamo che presto o tardi si tornerà a votare. Sappiamo altresì che a rivotare con la legge vigente rischiamo un altro stallo. Però una soluzione c’è: abrogare il Porcellum per decreto. Rimettendo in circolo la vecchia legge elettorale, perché l’esecutivo non può sovrapporre la sua scelta alla non scelta dei partiti, può solo riesumare la loro scelta precedente. Dunque il Mattarellum, ossia il sistema che nel 2011 raccolse un milione e 200 mila firme per un referendum mai votato.
È la soluzione che avevamo proposto l’anno scorso, per reagire a una situazione disperante. Monti la giudicò fattibile, ma i partiti risposero all’unisono: «Ghe pensi mì». S’è visto. E allora lasciamoli pensare, e domandiamo al governo d’agire.

La bizzarra contraddizione di una città che si definisce turistica – Cagliari


 

Sta  diventando oramai un caso al limite del ridicolo la continua lotta e divergenze di opinioni, o se preferite  d’interpretazione delle normative, la questione  chioschi del poetto. E’ assurdo che una città che si affaccia nel mediterraneo, che si definisce città  turistica, di  turistico  in termini di servizi non offre proprio nulla che catturi  l’attenzione sia dei residenti sardi ma, ancor più dei turisti provenienti da  fuori. Appare anche un insulto alle annose lotte messe in campo dagli operatori  turistici  spinti dal comune desiderio di  far del settore turistico un incremento economico per l’isola già fortemente danneggiata  dall’isolamento dei trasporti da  e per il continente, dalla crescente crisi industriale con chiusure quotidiane, dalla crisi del comporta agricolo/pastorale.  E lecito chiedersi chi si assumerà la responsabilità di questo ulteriore colpo all’economia isolana?

 

 

 

È stato fissato dalla Presidente del Consiglio regionale, insieme ai Capigruppo, per martedì prossimo alle 17 l’incontro con il sindaco per trovare una soluzione positiva sulla questione chioschi.

È stato convocato dalla Presidente del Consiglio regionale, Claudia Lombardo, insieme ai Capigruppo, per martedì prossimo alle 17 nei locali della Presidenza, l’incontro richiesto dal sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, per affrontare le problematiche relativa alla permanenza, oltre il termine previsto, dei manufatti temporanei (chioschi bar) nell’arenile del Poetto di Cagliari

LA LETTERA DI ZEDDA – Quella dei baretti è “una vicenda che riguarda l’intera collettività, travalicando le posizioni delle singole parti politiche”. “Per questo – scrive il sindaco Massimo Zedda in una lettera inviata al presidente del Consiglio Regionale Claudia Lombardo – chiedo a lei di promuovere con la massima urgenza un incontro tra l’Amministrazione comunale e i presidenti dei gruppi del Consiglio regionale”. Lo scopo: “Risolvere le problematiche relative alla permanenza, oltre il termine previsto, dei manufatti temporanei (chioschi bar) presenti nell’arenile Poetto di Cagliari”   – Fonte l’unione sarda

 

 

IL DECALOGO SOCIALISTA


 

 Dieci grandi questioni irrisolte. Dieci proposte di legge che i deputati e i senatori del Psi presenteranno nel primo mese di attività parlamentare.

 

1) SVILUPPO ED EQUITÀ. Il dramma italiano è la mancata crescita. Negli anni ottanta il Pil cresceva il doppio della media europea. Negli ultimi vent’anni è cresciuto della metà. E oggi l’Italia attraversa una situazione di grave depressione. Per rilanciare lo sviluppo occorre che le forze socialiste europee abbiano la meglio su quelle conservatrici. L’Italia, intanto, nei limiti sanciti dai vincoli europei, deve operare per diminuire la tassazione sul lavoro e sulle imprese, e nel contempo dismettere parte del proprio capitale immobiliare, senza per questo svenderlo come già avvenuto in epoca di privatizzazioni. Il tutto nell’ottica di una politica di equità sociale, che preveda che chi più ha più dia. Per questo il Psi propone una patrimoniale sui grandi patrimoni immobiliari e finanziari, una diversa e più selettiva modulazione dell’Imu che escluda la prima casa, tranne quella di lusso, il superamento del patto di stabilità – causa di larga parte delle difficoltà degli enti locali nel pagamento delle imprese – per quanto riguarda gli investimenti e una sua generale ricontrattazione. Su questi ultimi tre punti il Psi orienterà la sua prima proposta di legge.

 

2) LA COSTITUENTE. Il Psi da tempo ha lanciato la parola d’ordine della Costituente riprendendo uno slogan di Pietro Nenni nell’immediato dopoguerra ma valido ancor oggi: “O la Costituente o il caos”. Oggi il caos istituzionale è la prassi della vita democratica italiana. Si vive in una situazione schizofrenica, in un sistema formalmente parlamentare ma sostanzialmente presidenziale. La Costituzione resta quella del 1948 con la sola modifica del Titolo quinto, introdotta dal governo dell’Ulivo e poi messa in discussione dallo stesso governo Prodi per le numerose incongruenze introdotte nel rapporto tra stato e regioni. Per il resto le uniche modifiche introdotte in questi vent’anni di seconda Repubblica mai nata sono esclusivamente di natura elettorale. Il Psi porterà in Parlamento una riforma organica dello Stato, da varare attraverso un’Assemblea costituente, che dovrà scegliere tra parlamentarismo e presidenzialismo e solo in seguito tra proporzionalismo e maggioritario a uno o due turni. La preferenza del Psi è per un modello parlamentare di tipo tedesco, eventualmente con cancellierato, e per un proporzionale corretto, a cui si aggiunga la diminuzione del numero dei parlamentari e il Senato delle regioni.

 

3) LA DEMOCRAZIA DEI CITTADINI. Il Psi è partito della democrazia dei cittadini, non della democrazia delle èlites. In questi vent’anni sono venute meno molte prerogative democratiche. Parlamentari nominati e non eletti, listini regionali bloccati, giunte regionali, provinciali e comunali incompatibili con i Consigli, questi ultimi depotenziati dai tradizionali poteri, adesso proposta di abolizione dei Consigli provinciali e trasformazione delle province in enti di secondo grado, abolizione delle circoscrizioni nelle città con meno di 250mila abitanti. La democrazia del popolo, che si esercita attraverso il voto, è stata gradualmente sostituita dalla democrazia delle élites, alle quali sono affidati i poteri di scelta dei nominati. Così le èlites si sono sostituite al popolo. Sono divenute il vero centro decisionale del sistema politico. L’oligarchia regna peraltro sovrana in ogni campo della vita sociale. E in particolare nel mondo dell’informazione in cui singoli giornalisti televisivi possono incrementare o soffocare singole forze politiche attribuendole o negandole spazi, nel mondo giudiziario ove i partiti dei giudici regnano sovrani nel Csm effettuando promozioni o rimozioni a seconda dell’appartenza a questa o quella associazione, nel mondo industriale e sindacale, negando progressivamente diritti decisionali o di rappresentanza. Il Psi orienterà le sue proposte al ribaltamento della situazione attuale, per il ripristino della democrazia dei cittadini.

 

4) I GIOVANI. Occorre rilbaltare un welfare tutto basato sull’assistenza agli anziani, che vanno tutelati, mentre il mancato sviluppo e la necessità di tagliare il debito hanno portato alla ribalta l’esplosione drammatica della questione giovanile. L’Italia oggi registra quasi il 35% di giovani disoccupati, che rappresentano un problema di ordine economico e sociale. Il Psi lavora per creare opportunità e non solo per la difesa di uno stato sociale che sta diventando iniquo. Investimenti sociali dunque. Una legge che preveda la detassazione delle assunzioni giovanili, ammortizzatori per i giovani che passano da un lavoro a un altro, con copertura parziale dello stipendio e formazione professionale garantita, un salario minimo garantito per tutti i giovani in cerca di occupazione e intanto utilizzati per servizi di interesse pubblico ( la copertura potrebbe essere individuata da una maggiore entrata fiscale dovuta alla lotta all’evasione e da una maggiore tassazione delle rendite e dei grandi patrimoni).

 

5) LA GIUSTIZIA GIUSTA. È un vecchio obiettivo dei socialisti, che introdussero per referendum la responsabilità civile dei magistrati nel 1987, poi praticamente azzerata da una legge debole e contraddittoria. Occorre rilanciare, attraverso una proposta di legge del Psi, il tema giustizia con: lo sveltimento dei processi, magari anche la limitazione a due dei livelli di sentenza, la più scrupolosa e quasi mai rispettata gestione del carcere preventivo, che va ancor meglio e più specificatamente precisato, certo ristretto a casi estremi e non usato a fini di confessione, la separazione delle carriere dei magistrati, tra inquirenti e giudicanti, come avviene in tutti i paesi europei.

 

6) LA REPUBBLICA LAICA. Il Psi proporrà di inserire all’articolo uno della Costituzione la parola “laica”. L’Italia diviene così una Repubblica laica fondata sul lavoro. Il Psi intende rilanciare il tema dei diritti civili in Parlamento. Soprattutto su tre temi. Sulle coppie di fatto e il matrimonio gay, sul fine vita, sulla fecondazione assistita.

 

7) I DIRITTI INDIVIDUALI. Sul matrimonio si intende parificare i diritti per le coppie eterosessuali e omosessuali, come avviene in Spagna e ormai anche in Francia, e come sta avvenendo perfino nell’Inghilterra del conservatore Cameron e in diversi stati americani. Più che leggi speciali occorre una semplice parificazione di diritti civili. E così per le coppie non sposate che devono poter godere di diritti all’ereditarietà e all’assistenza che solo l’Italia nega loro, ultima in tutta Europa.

Sul testamento biologico. l’Italia è il fanalino di coda del continente. Il primo a trattare l’argomento fu il socialista Loris Fortuna, padre della legge sul divorzio e sull’aborto, con una poposta di legge nel 1983 caduta nel vuoto. Il caso Englaro ha riacceso i riflettori sulla mancanza di qualsiasi legge sul fine vita, contrariamente agli altri paesi, dopo che già il caso Welby l’aveva richiamata. La legge che il centrodestra ha tentato di approvare a fine legislatura, rappresenta quanto di più conservatore, assurdo e liberticida esista. In nessun altro paese europeo, nemmeno nella Germania della democristiana Merkel, alimentazione e idratazione artificiale vengono considerate obbligatorie e da non contemplare nel testamento biologico. Il Psi sull’argomento si farà promotore di una proposta di legge che dedicherà a papà Englaro e che prevede che anche alimentazione e idratazione artificiali possano essere oggetto di testamento biologico. La pessima legge sulla fecondazione approvata nel 2004, e poi sottoposta a referendum abrogativo fallito per la mancanza del quorum, deve essere assolutamente modificata. Si tratta della terza anomalia italiana rispetto all’Europa in materia di diritti civili. La legge italiana, infatti, ammette solo la fecondazione omologa, cioè della coppia sterile, e vieta invece quella eterologa, con seme o ovulo di una terza persona. E in più pone il divieto di utilizzare più di tre embrioni, anche per la crioconservazione e il loro uso a fini terapeutici. Si è creato il signor Embrione, che viene tutelato più del feto. Così la legge 40 sulla fecondazione assistita risulta in evidente contraddizione con la legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza, richiamando su questo tema perfino l’attenzione della Corte dei diritti umani di Bruxelles. Il Psi si farà promotore di un netto cambiamento della legge 40.

 

8) LO IUS SOLIS. Il Psi, con la legge Martelli del 1990, è stato il primo partito che ha affrontato il delicato problema dell’immigrazione. Oggi richiama il Parlamento a un dovere non più rinviabile. Riconoscere la cittadinanza italiana a tutti i bambini nati in Italia dagli immigrati che vi abitano regolarmente, in nome di un principio di civiltà, di umanità e di laicità, che deve prescindere dalla razza, dalla lingua e dalla religione.

 

9) LA RIFORMA DELLA LEGGE SULLE BANCHE. Anche alla luce dello scandalo del Monte dei Paschi di Siena, il Psi ritiene urgente una profonda riforma degli istituti di credito in Italia. Occorre distinguere tra banche d’investimenti e banche commerciali perché il cittadino deve sapere dall’inizio come sono gestiti i suoi risparmi. Nessuna fondazione bancaria può detenere oltre il 30 per cento delle azioni bancarie, i cosiddetti derivati devono essere regolamentati diversamente (si può prevedere anche il divieto dei cosidetti derivati misti) e il richiamo dei rischi di ogni investimento, e non solo quello sul mercato azionario, deve obbligatoriamente essere comunicato all’investitore. Si deve anche prevedere un ruolo pubblico nel finanziamento alle imprese, che oggi necessitano di risorse per investimenti, per tutelare e incrementare l’occupazione. Lo stato può e deve entrare in campo per far sì che il sistema bancario conceda credito all’economia italiana, e anche l’azione per il recupero dell’evasione fiscale messo in moto da Equitalia, non deve mai scontrarsi con la necessaria tenuta del nostro comparto industriale, artigianale, commerciale.

10)UNA SCUOLA LIBERA, DEL MERITO E DELLA FORMAZIONE. In tanti hanno tentato di por mano a riforme della scuola superiore e dell’università. Il Psi rilancia l’esigenza di una riforma organica tanto del sistema delle scuole  superiori per offrire diverse opzioni umanistiche, scientifiche, tecniche, musicali comunque collegabili al mondo del lavoro e aperte alle esperienze del progetto ‘Erasmus’, quanto dell’università, centro di eccellenza da sottrarre a vecchie logiche baronali e da sostenere con una percentuale fissa del nostro PIL non inferiore a quella dei paesi del nord Europa per farne un luogo che offra la possibilità a tutti gli studenti meritevoli di conseguire la laurea (il numero dei laureati in Italia è in forte decrescita e supera di poco il 20 per cento contro il 40 per cento dei paesi europei più avanzati). Anche il sistema della doppia laurea va rivisto non avendo generato maggiori opportunità per aprirsi al mercato del lavoro. Il nostro Paese attraversa una duplice crisi. Quella dei giovani che sono costretti ad abbandonare l’università e quella dei laureati senza lavoro, e che a volte sono costretti a lasciare l’Italia, imbarazzante analogia con il nostro passato di primo Novecento. La differenza è che oggi lasciano l’Italia i cervelli, gli scienziati, i ricercatori. Il Psi tenterà con tutti i suoi mezzi di potenziare la ricerca, di considerare la cultura, il turismo, la scienza, lo sport come straordinari fonti di sviluppo e di occcupazione. Proporrà per questo l’istituzione del ministero della Cultura e, d’altro lato, di quello del Turismo, nonché di un singolo ministero dello Sport che, senza sottarre al Coni i suoi poteri, rilanci la pratica sportiva anche come occasione di prevenzione e dunque di potenziale risparmio di cure. Si tratta di funzioni che devono essere considerate fondamentali per il futuro dell’Italia. Il Psi tali le considererà nella futura azione parlamentare.

 

 

 

 

Corruzione a Palazzo di Giustizia


“Il ruolo della nostra magistratura è diventato, in questi ultimi venticinque anni, via via sempre più decisivo nelle scelte politiche del Paese. Dal terrorismo degli anni settanta a Tangentopoli, il potere giudiziario ha acquistato un potere talmente rilevante da supplire, spesso e volentieri, il potere legislativo e quello esecutivo. Il più lucido studioso del rapporto tra Magistratura e politica in Italia – C. Guarnieri – (ha recentemente parlato di PESI SENZA CONTRAPESI , sottolineando la particolarità della situazione italiana, che non ha riscontro nelle democrazie di tipo occidentale. “

Proseguendo nella lettura dell’introduzione, di Giovanni Antonucci, al dramma di Ugo Betti: “Ma, anche in altri settori, la nostra magistratura è un fenomeno anomalo. È il caso questo della carriera per anzianità e non per merito; dell’appartenenza del Pubblico ministero allo stesso corpo dei magistrati giudicanti; del ruolo egemonico del CSM; del ridimensionamento di quei valori professionali ed etici che costituivano il collante del potere giudiziario”

E qui Antonucci riprende da pag. 151 del saggio succitato del prof. Guarnieri la seguente frase: “oggi il gruppo di riferimento dei nostri magistrati tende in buona misura a non essere di tipo professionale, ma diventa la classe politica, nelle sue varie articolazioni, l’opinione pubblica, identificata spesso con i mezzi di comunicazione di massa, e soprattutto le correnti (della stessa magistratura) con la loro attività politico-sindacale”

E’ interessante anche prendere visione del disegno di legge 3 Aprile 2002 ove si fa riferimento alla testo di Betti in occasione Celebrazione del cinquantesimo anniversario della morte del poeta e drammaturgo Ugo Betti e misure di sostegno al «Centro studi teatrali e letterali Ugo Betti» del comune di Camerino, cosi come di seguito
Soprattutto va ricordato che il suo lavoro probabilmente più celebre, il dramma « Corruzione al Palazzo di Giustizia», benché scritto nel 1944, è tuttora considerato quasi una profetica anticipazione di talune tematiche della nostra vita sociale e civile e, più ancora «una riflessione… sempre attuale dei temi dell’indipendenza del giudice e del rapporto fra politica e magistratura, ma anche, e forse soprattutto, dell’equità della pena, del rapporto fra diritto e dignità umana, fra giustizia dei giudici e una giustizia più alta, che non si accontenta delle norme del codice» (vedi G. Antonucci. Introduzione a Corruzione al Palazzo di Giustizia, ed. Newton 1993, pagine 10 e seguenti).
Utile è dunque oggi leggersi relazionando i fatti accaduti questi giorni.

link di rimando al disegno di legge
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Ddlpres&leg=14&id=00018185&part=doc_dc&parse=no

Caso-Fondazione BANCO DI SARDEGNA, il silenzio degli oligarchi


La questione delle nomine dei vertici della Fondazione del Banco di Sardegna e dello stesso Banco di Sardegna sta progressivamente uscendo dalle pagine dei giornali e, di conseguenza, dal dibattito pubblico. Nulla di nuovo: è il destino di quasi tutti gli argomenti che creano imbarazzo nel mondo politico perché non si prestano al bla bla rassicurante e inconcludente ma richiedono risposte chiare e scelte precise.

La tecnica è sperimentata. Si fonda sulla conoscenza precisa della dinamica delle notizie. Che, nel sistema dell’informazione italiano (e in modo più accentuato in quello sardo) ha lo stesso sviluppo del ‘tracciante’, la speciale munizione che si utilizza per rischiarare il campo di battaglia durante la notte.

Dopo il lancio, il tracciante illumina progressivamente il terreno sottostante e produce il massimo di visibilità quando raggiunge la parte più alta, la chiave, dell’arco. E’ in questo momento che i soldati si gettano a terra, o restano immobili dietro le trincee. Trattenendo il respiro. Poi comincia la parabola discendente e la luce progressivamente diminuisce fino a scomparire.

Siamo alla parabola discendente. I soldati attendono che il tracciante concluda il suo volo e si spenga definitivamente nell’impatto col suolo. Solo allora potranno cominciare a muoversi. Con tranquillità. Perché sanno che non si usa lanciare un altro tracciante. E’ una regola non scritta, ma rispettata rigorosamente. Al punto tale che i rari casi in cui qualcuno lancia un secondo o un terzo tracciante, o addirittura continua a lanciarli uno dopo l’altro, sono così rari da fare a loro volta notizia. Come, per esempio, le famose domande di Repubblica a Silvio Berlusconi.

Ma, nelle routine dell’informazione politica, il secondo o addirittura il terzo lancio non sono previsti. E chi osa effettuarli è visto con sospetto. Il suo obiettivo non appare più solo quello di illuminare il campo di battaglia. Dev’esserci dell’altro, forse qualcosa di ‘personale’. L’insistere nel chiedere spiegazioni diventa “accanimento”. E non ha rilievo il fatto che tutto sia rimasto esattamente com’era prima del lancio del primo insufficiente tracciante. Che la verità, cioè, sia ancora lontanissima. Perché il ruolo dell’informazione – in questa idea sostanzialmente antidemocratica e oligarchica – non è controllare il potere ma legittimarlo esercitando in modo formale e rituale la sua funzione. Così si pone ritualmente una domanda e i suoi destinatari possono ritualmente non rispondere. Tanto la domanda non verrà riproposta. Perché in questo campo la reticenza non è uguale alla falsa testimonianza. Il silenzio viene spacciato per ‘riserbo’. Le decisioni degli oligarchi (che altri chiamano, nel loro insieme, la Casta) vengono equiparate agli interna corporis del Parlamento: sono ritenute insindacabili.

Nel caso del Banco di Sardegna il lancio del primo (e unico) tracciante è stata la diffusione della notizia della possibile nomina alla guida della fondazione di un politico di lungo corso del Partito democratico, l’ex senatore Antonello Cabras. E il momento della massima luminosità è stato quando due autorevoli uomini politici fuori dai giochi, Arturo Parisi e Mario Segni, hanno posto pubblicamente una serie di domande.

Una, in particolare, sul perché nell’ottobre scorso la Fondazione abbia stipulato col Banco un patto parasociale giudicato da Parisi e Segni molto svantaggioso. Sì, in quel momento la luce del tracciante è diventata incandescente. Perché è stato avanzato in modo esplicito il dubbio che possa esistere una relazione tra quel patto svantaggioso per la Fondazione (ma vantaggioso per la Banca popolare dell’Emilia Romagna) e il passaggio dell’attuale presidente della Fondazione, un altro politico di area pd, Antonello Arru, alla presidenza del Banco. Un incarico per il quale è indispensabile il consenso della Banca popolare dell’Emilia Romagna.

Abbiamo già avuto modo di rilevare la gravità del sospetto avanzato da Parisi e da Segni. Qualcosa che va ben oltre il tema della commistione tra politici e banchieri, tra partiti e banche, che pure è l’altro fondamentale aspetto di questa vicenda. E abbiamo già sottolineato che è indispensabile un chiarimento, una spiegazione. Dai diretti interessati, non solo dal segretario regionale del Pd.La risposta non è arrivata. Non quando il tracciante era all’acme, figuriamoci dopo, figuriamoci ora. I protagonisti tacciono, in attesa del ritorno del  buio.  Contemporaneamente giungono notizie di trattative in corso per le altre nomine negli organismi societari della Fondazione. Come se si desse tanto per scontato che, alla fine, le nomine principali saranno fatte. E che la prevedibile reazione indignata di quanto vi si sono opposti, sarà debole e solo formale. Rituale anch’essa. Un fastidio che val la pena di sopportare per andare a occupare per anni due dei posti più ambiti del sistema di potere isolano.

E’ la dinamica che, ripetuta in modo sistematico, ha determinato il distacco dalla politica di milioni di cittadini. Non ha alcun senso fare politica se non si ha alcuna possibilità di incidere sulle sue scelte. Perché i loro autori non si sentono in dovere di spiegarle. Vanno avanti come se niente fosse. Come se l’opinione pubblica fosse una massa informe e distratta, del tutto priva di memoria, che si accontenta di ululare per una notte. Poi si addormenta.

Tutto questo per dire che noi continueremo a lanciare i traccianti. Anche a costo di apparire petulanti e noiosi. Anche nella consapevolezza che questa insistenza sarà avvertita non come l’esercizio di un dovere degli organi di informazione – ripetere le domande finché non arrivano le risposte – ma come una forma di “accanimento” ispirata da chissà quale obiettivo politico. L’eventualità che l’unico obiettivo di un organo di informazione sia la trasparenza delle scelte non è concepita. Perché si dà per scontato che esista una sfera di argomenti e di decisioni che non sono alla portata dei cittadini e della loro capacità di discernimento.

La questione è però molto semplice. In assenza di una spiegazione, di un ampio dibattito pubblico, di risposte da parte dei diretti interessati, le nomine dei vertici della Fondazione e del Banco (se, come pare, saranno in tutto o in parte quelle annunciate) si tradurranno in un atto di straordinaria arroganza e protervia. Dal punto di vista del Pd – che è coinvolto nella vicenda attraverso suoi uomini di punta – sarà un formidabile regalo al Movimento 5 stelle e al centrodestra. Regalo del quale la decisione del consiglio regionale di istituire una commissione d’inchiesta sulle banche è solo una prima anticipazione. Il danno di immagine per il Partito democratico – già rilevante, come ha sottolineato lo stesso responsabile economico nazionale Stefano Fassina – diventerà grave e forse devastante. Qualcosa in grado di incidere negativamente sull’immagine pubblica dei democratici e sulla campagna elettorale per le Regionali.

Ma poi, a chi asseconda questi metodi interessa veramente vincere? O gli è sufficiente stare nei posti-chiave. Quelli dove la possibilità di esercitare il potere non deve sottoporsi alla fastidio verifica del consenso popolare? Ecco un’altra domanda alla quale è obbligatorio rispondere. Attenderemo con pazienza continuando a riproporla.

Giovanni Maria Bellu

Ecco cosa propone la Uil ( A Cagliari da tutta la Sardegna ) per tentare un risamento del settore edilizio


Nell’incontro tenutosi  a cagliari la settimana scorsa i delegati  Fenea Uil, categoria degli edili, hanno sottolineato l’urgenza di intervenire con azioni concrete per il risanamento del comparto.

Chiedono di: 

 

– Allentare e abolire del tutto  il patto di stabilità nei piccoli comuni in modo tale  da immettere subito risorse  che consentano l’apertura di cantieri dell’edilizia. Rispetto al 2008 ( nel periodo della pre-crisi ) la caduta occupazione ha superato il 47%  della forza lavoro complessiva impiegata nel settore edilizia con una perdita ci circa 22. 000 addetti in Sardegna.

 

Sottolineano inoltre che:

 

allentando il pato di stabilità  si potrebbero investire subito 641 milioni  di euro a disposizione di comuni e province. ciò consentirebbe di aviare da subito 11.000 posti di lavoro.

 

usando i 400 milioni di euro a disposione di Abbanoa, partendo dalla prossima finanziaria,    si possono aprire ugualmente cantieri per le infrastrutture e opere pubbliche e avviare anche la manutenzione  dell’intero patrimonio  abitativo Area (  circa 28 mila alloggi )  e dare anche  un notevole impulso risolutivo  all’addozione dei piani  urbanistici comunali.

 

 

Per il sindacato   Uil, è dunque urgente  intervenire in questo senso per la crescita e per l’affermazione  di un nuovo modello di lavoro edile.

 

 fonte dati – L’unione Sarda.